Essere venuti su con miti così
| Maus, Art Spiegelman |
Ogni tanto penso a come sono cresciuto, più o meno male, agli eroi e ai miti culturali della mia infanzia, della mia adolescenza e della mia maturità. E ne viene fuori un gran casino, insomma.
Come ogni italico ragazzino tifavo anche per una squadra di calcio, e anche in questo caso, la mia simpatia è andata verso gli underdog: tifavo il Parma quando nessuno fuori da quella città si filava quella squadra, e tra tutti i giocatori italiani il mio preferito era Gianfranco Zola, il numero 10 che doveva sempre competere con quelli più quotati, non per forza più bravi, ma che giocavano in squadre con più appeal, come Del Piero, Baggio e Totti.
Nel frattempo però, e con ben altra importanza, sono arrivati Chester Bennington e i Linkin Park nella musica e David Foster Wallace in letteratura. Entrambi tormentati, entrambi dotati di un talento assoluto e di una fragilità sconfinata, entrambi morti suicidi, vittime di una depressione che hanno avuto il merito di provare a spiegare con la loro arte, pur non riuscendo mai a vincerla. Le interpretazioni di Chester Bennington sono tutt'oggi le migliori interpretazioni della sofferenza psicologica, e la capacità analitica di Wallace apre squarci sui più diversi mondi, dalla filosofia alla psicologia passando per la linguistica, attraverso l'analisi di una realtà contemporanea che viene osservata con una lucidità sconosciuta agli altri grandi scrittori dei suoi anni.
Come fare a votare ancora destra, mentre tutto ciò che pensi ti porta in realtà altrove? E così Fini viene sostituito dagli ideali di sinistra: eppure, va detto, non ho ancora trovato una figura a sinistra in cui rappresentarmi come mi rappresentavo in Fini: forse Berlinguer, forse Gramsci, ma solo forse.
Per cominciare da piccolo ero un fan del wrestling mostrato in TV: il puroresu giapponese prima (quello del primo Tiger Mask e di Antonio Inoki, per intenderci) e quello della WWF - oggi WWE - e quindi mi esaltavo per le prestazioni sportive di Ultimate Warrior prima, un colosso tutto muscoli e con davvero poco cervello, ma che con urla, grugniti e tanti movimenti inconsulti ha conquistato i cuori di innumerevoli bambini; poi però ho iniziato a stravedere per Bret Hart, che aveva all'apparenza molto meno carisma di Warrior e un fisico molto meno imponente, e però Hart aveva una cosa per cui stravedevo: era tecnico, era metodico, si vedeva lontano un miglio che per fare quello che faceva aveva studiato per tutta la vita (non ci crederete, ma per fare buon wrestling si studia tanto, certo, si studia tanto wrestling). Hart era la classe operaia che si era impegnata ed era arrivata al successo (magari non è del tutto vero, Bret Hart è figlio di un altro lottatore e si è allenato per tutta la sua carriera nella scuola di wrestling della famiglia, ma queste cose all'epoca non le notavo), almeno fino all'immeritata conclusione della sua carriera a causa dell'imperizia di chi, molto meno preparato di lui, arrivava al successo. Insomma, a me di quel lottatore piaceva questo concetto: puoi non essere quello più dotato naturalmente, ma se studi e ti fai un deretano grosso così - mamma mia quanto mi sono fatto illudere dal sofisma meritocratico -, avrai le tue chance. Per la cronaca, sono rimasto a lungo spettatore del wrestling, lunghissimo, in qualche modo lo sono ancora.
Come ogni italico ragazzino tifavo anche per una squadra di calcio, e anche in questo caso, la mia simpatia è andata verso gli underdog: tifavo il Parma quando nessuno fuori da quella città si filava quella squadra, e tra tutti i giocatori italiani il mio preferito era Gianfranco Zola, il numero 10 che doveva sempre competere con quelli più quotati, non per forza più bravi, ma che giocavano in squadre con più appeal, come Del Piero, Baggio e Totti.
Crescendo, come è normale che sia, le passioni sono iniziate a cambiare: ho iniziato sempre di più a leggere, i gusti musicali si sono sviluppati, ed ecco l'emergere di una nuova figura: Freddie Mercury, il suo talento, la sua arte, la sua morte tragica. In realtà però tutto ciò io l'ho vissuto a posteriori, perché alla morte di Freddie Mercury ero ancora relativamente piccolo, e ho iniziato ad apprezzarne la voce solo poco dopo, recuperando tutto quello che potevo, leggendo tutto ciò che ero in grado di procurarmi. Ero poco più che un bambino, l'AIDS era uno spauracchio, la sua bisessualità qualcosa che non comprendevo. Con il senno di poi colgo in Mercury una vita rivolta all'autosabotaggio, eppure costellata di momenti che hanno segnato la musica leggera, e tutto in nome della ricerca dell'apprezzamento, dei cari e del pubblico.
Arrivano le superiori e la passione per la lettura si tinge di filosofia: leggo e rileggo Tolkien, leggo e rileggo di Socrate, leggo e rileggo Nietzsche.
Autori diversissimi, pensieri lontanissimi. Da una parte mi affascina il desiderio di creazione dell'inglese, il suo voler dare una nuova epica al mondo moderno fondata su un umanesimo cristiano, e il suo dover attraversare le peggiori tragedie del XX secolo, la Prima e la Seconda guerra mondiale, per poter raccontare di Beren e Luthien; da un'altra parte Socrate, tratteggiato da Platone, mi riempie la mente con la sua volontà di razionalizzare fino all'estremo, la scoperta di non sapere nulla, la sua calma, la sua consapevolezza di ciò che vale davvero, le proprie scelte morali; infine Nietzsche, il suo rimettere in discussione l'intero Occidente, Cristianesimo e filosofia (i miei Tolkien e Socrate) e trovare una conciliazione che pacifichi l'uomo con se stesso e la natura.
E nel frattempo ero un elettore di destra, ero un finiano, perché vedevo in Gianfranco Fini una serietà, una preparazione, una capacità anche di auto correggersi e fare autocritica che non vedevo negli altri, soprattutto all'epoca della sbornia berlusconiana.
Arriva l'università, e alle passioni e agli eroi che ancora agiscono in me se ne somma o di nuovo: nel wrestling - l'ho detto che è stata a lungo la mia grande passione - Chris Benoit e AJ Styles; entrambi erano ai miei occhi ciò che poteva essere il modello di Bret Hart per la nuova generazione, dei lottatori senza fisici eccezionali, ma preparatissimi, allenatissimi, attenti alla psicologia del match, bravi a non infortunare chi gli stava di fronte. Purtroppo il primo concluderà in maniera tragica la propria e l'altrui vita, con un omicidio suicidio che ha portato via non solo la sua carriera, ma anche ogni possibilità di mantenerne un ricordo positivo, insieme alle vite della moglie e del figlio. Aj Styles invece si è appena ritirato, scegliendo di allontanarsi dal ring prima del declino. Con il suo ritiro posso dire che anche il mio interesse per questo sport spettacolo ha trovato una sua quasi totale conclusione.
| Chris Benoit |
| AJ Styles |
Nel frattempo però, e con ben altra importanza, sono arrivati Chester Bennington e i Linkin Park nella musica e David Foster Wallace in letteratura. Entrambi tormentati, entrambi dotati di un talento assoluto e di una fragilità sconfinata, entrambi morti suicidi, vittime di una depressione che hanno avuto il merito di provare a spiegare con la loro arte, pur non riuscendo mai a vincerla. Le interpretazioni di Chester Bennington sono tutt'oggi le migliori interpretazioni della sofferenza psicologica, e la capacità analitica di Wallace apre squarci sui più diversi mondi, dalla filosofia alla psicologia passando per la linguistica, attraverso l'analisi di una realtà contemporanea che viene osservata con una lucidità sconosciuta agli altri grandi scrittori dei suoi anni.
| Chester Bennington |
| David Foster Wallace |
Come fare a votare ancora destra, mentre tutto ciò che pensi ti porta in realtà altrove? E così Fini viene sostituito dagli ideali di sinistra: eppure, va detto, non ho ancora trovato una figura a sinistra in cui rappresentarmi come mi rappresentavo in Fini: forse Berlinguer, forse Gramsci, ma solo forse.
Arrivano gli ultimi anni, Wallace mi ha insegnato ancora di più l'amore per la frase, per la precisione, ed ecco che compare sulla scena Aaron Sorkin con le sue sceneggiature, ed ecco che ripiomba sul foglio da un passato lontano un secolo Ludwig Wittgenstein. Entrambi hanno guardato e guardano, ciascuno a suo modo, al linguaggio come specchio del mondo, strumento di conoscenza, e alla comunicazione, viva, brillante, retorica o spontanea come gioco linguistico.
Cosa ne viene fuori, dunque?
Poco di ordinato, e forse è giusto così.
Una cosa tiene assieme le persone che ho ammirato: l'esperienza della sofferenza, la ricerca di una risposta alla realtà che appare talvolta senza senso: la risposta può essere riscriverla, questa realtà, o guardarla con gli occhi della logica, o ricostruirne una primigenea; il più delle volte, va detto, la risposta dei miei miti è stata autodistruttiva, l'impossibilità di una conciliazione con la propria esperienza personale, il caos fuori e dentro che prende il sopravvento: e pur tuttavia, fino all'ultimo, nominarlo, cantarlo, combatterlo.
Un'altra cosa, la parola, con la fiducia che il linguaggio sappia dire qualcosa di vero sul mondo: da Tolkien a Wittgenstein passando per Wallace: ancora la parola mi pare l'unica cosa in grado di perforare il velo della realtà, persino di crearne di nuove, pur dovendo attraversare la sofferenza della realtà e dell'esperienza per farlo.
Il resto ha retto peggio.
La fede nel merito e nella tecnica, quella per cui studio ed esercizio avrebbero garantito le chance, quella fede si è scontrata più volte con la fine di chi quella disciplina l'aveva davvero praticata fino in fondo, e non è bastata a salvarlo né a fermarlo; infine, si è scontrata con l'esperienza personale e lavorativa.
In politica non ho sostituito Fini con un nome, ho sostituito una persona con un'assenza, e l'assenza di un leader a cui credere del tutto non è solo una postura intellettuale, è l'assenza di una risposta ad una domanda, è la certificazione di un fallimento, intellettuale e politico, mio e di tutta la mia generazione.
Forse i miti servono anche a questo, a mostrare dove hai imparato qualcosa di solido e dove invece sei ancora, semplicemente, in cerca.
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