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Kafka

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 Kafka Franz, quanta disperazione in quell’insetto che ronzava sulla mia testa, una specie di mosca viola, la metamorfosi di un sogno all’apertura di un libro, giovinetto come l’angoscia di chi non sa, di chi dietro le curve dell’incanto spegne fuochi polverizzati, senza un significato. Franz, da un castello silenzioso, guardava se stesso girare, là sotto, cercare l’entrata al labirinto, taglio netto nella gola; il suono d’urlo non si emette, il silenzio è fuoco di maglie strette, di prigione, l’uomo è vinto al suo secolo perenne, lento, giunto fin qui. Franz, in quell’America di fossili pulsanti e circhi folli e navi nere e trionfanti come le piattaforme di un vampiro. Nosferatu nel bianco del sogno, ottuso, compagno d’aliti nel viaggio continentale. Franz al processo, milioni di anime e danni e colpe scorse come pieghe dagli anni, la colpa d’un’esistenza fallita, grigia; sinfonica accettazione del nulla, della perdita di un senso. Tornando al cambiamento surreale, di ritorno da u...