In stazione, Sebastiano Valentino Cuffari
Il treno ha fischito, troppo presto, perché arrivo in stazione quando sento i suoi vagoni sferragliare un lontananza. Cazzo. È già sera quando sono seduto in stazione. È sera, dicevo, e siamo in quattro, attendiamo il treno che ci porterà a casa dopo una giornata di lavoro o di studio o fate un po' voi, insomma, credo che il concetto sia chiaro. Fuori il buio della notte ha già coperto le montagne in lontananza e un leggero venticello raffredda la serata, annuncia una nottata di pioggia: non un temporale, ma una pioggia fitta che a breve, si spera, accompagnerà il nostro viaggio. Noi quattro sospiriamo, il treno viene annunciato in ritardo: la voce metallica agli altoparlanti si scusa dell'attesa mentre la signora di fronte a me scioglie una sciarpa troppo stretta, viola come il collo che libera. Si scusa con chi? Non si sa bene, così dobbiamo ascoltarla indifesi mentre scandisce le sillabe di un rosario laico uguale, sempre, in ogni stazi...