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Aaron Sorkin e il difficile amore del pubblico italiano

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Aaron Sorkin è uno dei più celebrati sceneggiatori e registi americani contemporanei. La sua penna brillante ha firmato capolavori come The West Wing , The Social Network e The Newsroom , opere in cui il ritmo serrato dei dialoghi e la complessità delle tematiche politiche si fondono in narrazioni intellettualmente stimolanti. Eppure, in Italia, la sua fortuna è rimasta confinata a una nicchia di appassionati. Perché le opere di Sorkin faticano a conquistare il grande pubblico italiano? La risposta si articola su più livelli: culturale, stilistico e distributivo. Un successo limitato dalla programmazione La programmazione televisiva italiana ha sempre trattato Sorkin come un autore per intenditori. Un esempio significativo è The Newsroom , trasmesso su Rai Tre in seconda serata. Una collocazione che, pur riconoscendo il valore della serie, l'ha destinata a una platea ristretta. Allo stesso modo, Il processo ai Chicago 7 , distribuito su Netflix e in poche sale cine...

Di AI, presidenti degli USA e del linguaggio

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Uno dei leitmotiv della polemica contro il politicamente corretto e il linguaggio inclusivo , anche da sinistra, è il mantra del "vi occupate di parole e non di fatti", spesso a sottintendere che discutere del linguaggio con cui chiamiamo cose e persone sia ininfluente e che si vuole colpire discriminazioni e storture della società bisogna guardare altrove. Questa impostazione soffre di almeno due grossi problemi, uno di carattere metodologico, l'altro epistemico.  Il primo: in maniera molto banale, occuparsi del linguaggio con cui parliamo della realtà non impedisce contemporaneamente di occuparsi anche della realtà; l'una cosa non esclude a priori l'altra, e creare false dicotomie non serve a risolvere i problemi, serve solo a marcare il territorio della propria azione rivendicandone una superiorità morale rispetto ad ogni altra azione possibile. Il secondo: è da Wittgenstein in poi che almeno una parte della riflessione sul linguaggio e sulla sua ...

Della superficialità

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Leggendo vari commiati per la morte di Battiato mi è venuta in mente una cosa: forse pochi hanno compreso questo cantautore? O meglio, quanto una parte dell'opera di Battiato è stata fraintesa? Prima però una premessa: io non amo Battiato e la sua musica. Non è proprio vero: non amo la ricezione della musica di Battiato; e odio la sua voce, ecco, l'ho detta; ma forse odio la seconda perché la associo alla prima. A dirla tutta non sono neanche un profondo conoscitore delle sue opere, conosco quelle più famose, quelle per cui mi sono fatto l'idea che l'appellativo più sbagliato per Battiato fosse quello di maestro. Io Battiato invece lo associo ai Righeira, agli anni Ottanta, allo sperimentalismo pop e ad un'idea tutta postmoderna di arte (opposta alla vulgata su Battiato, quella del maestro profondo e spirituale); in Battiato non sento l'arte che cerca la profondità, ma l'arte che si fa portavoce della labirintica estensione della superficie.  Battiato, come ...