Il problema che abbiamo con l'integrazione

Immagine generata con Vibe di Mistral

Già in passato ho parlato di integrazione, per esempio qui e qui, ma anche e non senza enormi contraddizioni qui; oggi, di fatti, rileggendo questo vecchio post, non posso non pormi domande su di me e sulla situazione che descrivevo, per esempio, perché non mi sono chiesto se il mio interlocutore dell'epoca avesse avuto o meno le occasioni per imparare l'italiano? E perché, per il me dell'epoca, dovesse essere tanto scontato che a casa sua e nella sfera della propria vita privata quella persona dovesse per forza parlare con me nella mia lingua, anziché io cercare di adattarmi a lei, visto che stavo invadendo i suoi spazi, sebbene al telefono? Questo tema è uno di quelli che compare fra gli argomenti di discussione per tutto il ciclo di vita di un blog, di una testata giornalistica, forse persino di un paese. Il motivo per cui accade ciò è semplice: non c'è una reale volontà condivisa di risolvere la questione dell'integrazione; di più, non c'è una reale volontà condivisa di porsi anche solo il problema di cosa voglia dire integrazione.
Tutto ciò risulta oggi evidente, in un momento in cui la propaganda di destra ed estrema destra è ormai diffusissima e violentissima, e questo accade non da pochi giorni, semmai da anni, e la finestra di Overton si è ormai talmente allargata e spostata da avallare nel discorso pubblico la possibilità di parlare di remigrazione, aka deportazione coatta di persone, non solo arrivate illegalmente e non aventi titolo per stare sul suolo italiano, ma anche di cittadini italiani mai da persone di origine straniera aventi la colpa di "non essersi assimilati". Già il fatto che sui nostri schermi appaiano sempre più facilmente esponenti politici, influencer e giornalisti che equiparino assimilazione e integrazione ci dice che il dibattito pubblico sulla questione, se mai fosse iniziato, è ormai concluso, il tema ha preso una forma ben precisa, estremamente conservatrice e razzista.
Dell'idea di una integrazione umanistica, che si fondi su una continua contrattazione dei valori portanti un popolo, poco rimane: a nulla vale l'evidenza che la complessità rende viva una società e potenzialmente, se gestita, la arricchisce; a nulla vale il fatto che non esiste evidenza di una superiorità di una civiltà rispetto alle altre, e che le presunte prove portate a sostegno di questa tesi siano evidentemente frutto di mortificazione dei dati e dell'adozione ideologica di una prospettiva suprematista; infine a nulla vale l'evidenza che una comunità che si sceglie perché frutto di reciproco riconoscimento possiede un legame più forte di vincoli ereditati, non scelti e posticci. Invece l'idea che un popolo equivalga alla sua etnia dominante è la teoria non solo più diffusa in questo ritorno ai nazionalismi, ma anzi l'unica accettata e accettabile, non solo a destra, ma persino a sinistra. Eppure, come insegna Andrea Graziosi in Il ritorno della razza, popolo e nazione non nascono con il significato che attribuiamo loro; il popolo, in epoca romana, era innanzitutto una scelta politica: era popolo chi decideva di unirsi in una comunità, a prescindere da tutto; allo stesso modo, quando nasce l'idea di nazione, tra XVII e XVIII secolo, si riferisce semplicemente ad una comunità in grado di bastare a se stessa da un punto di vista economico. In entrambi i casi non c'era connotazione religiosa, etnica o razziale. Queste sono tutte cose che si sono aggiunte dopo, tra XIX e XX secolo, quando gli europei prima, gli occidentali poi si sono dovuti inventare una ragione per rendersi accettabile la teoria della propria superiorità sulle popolazioni colonizzate prima, sui rivali extra e intereuropei poi. E così la teoria assimilativa prevede che sia chi arriva a dover diventare tale e quale a chi sta già qui, perché chi sta qui ha diritto di nascita su questa terra, diritto di nascita giustificato da una superiorità che solo per pudore ancora non si dichiara (sempre) ai quattro venti, anche se basterebbe guardare all'amministrazione Trump per accorgersi di che ben misero argine sia il pudore.
Quella dell'assimilazione è quindi una visione debole, che vuole trovare una soluzione semplice ad una questione complessa, perché la complessità è vista con timore, anziché come mezzo di accrescimento. Ci fa paura la fatica della complessità, mentre lappagante immobilismo dell'assimilazione appare rassicurante, sebbene il suo risuonare appaia simile al martellare cadenzato di chiodi sul coperchio di una bara. Ma mettiamo pure che questa bara, l'assimilazione, sia la via che abbiamo scelto, alimentiamone la fiaba e applichiamolo: il problema è che neanche la si vuole davvero, questa assimilazione, perché prevederebbe almeno gli strumenti e le ragioni per essere assimilati. Ma noi non spendiamo abbastanza né per fornire gli strumenti per "diventare come noi", né ci adoperiamo per dare le occasioni che darebbero senso ad un desiderio di "essere come noi". Semmai facciamo in modo che il diverso (diverso da chi, verrebbe da dire, se ancora fino alla fine della Seconda guerra mondiale gli italiani erano considerati "non bianchi" nell'Occidente anglofono) stia ai margini, frequenti locali peggiori, abbia occasioni di formazione e istruzione peggiori, ottenga posti di lavoro peggiori, per poi lamentarci del fatto che non trovando ragione per desiderare di essere come noi (un come noi che comunque il diverso non può esperire, marginalizzato com'è) alla fine il migrante diviene o viene percepito come un pericolo per la sicurezza pubblica. Così il circolo diventa perpetuo, perché il pericolo per la sicurezza viene messo al margine estremo della società, in quelle università del crimine che sono le carceri italiane e i centri per l'accoglienza e per il rimpatrio, e qui il diverso non può fare altro che divenire ancora di più un problema percepito o reale per la sicurezza. Una corda che stringe sempre più i suoi nodi ad ogni movimento, fino a che il cappio non eseguirà la condanna.

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