Il disastro del ministero Valditara
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Giuseppe Valditara è al Ministero dell'Istruzione e del Merito dal 22 ottobre 2022. Nel momento in cui scrivo siamo a giugno 2026: quasi quattro anni di governo della scuola italiana, abbastanza per tracciare un bilancio, che risulta sconfortante. Il ministero ha prodotto una quantità impressionante di interventi normativi, la maggior parte dei quali fatta di misure simboliche, spesso frammentarie e quasi mai organiche, nella maggior parte dei casi dannose e ideologiche. Più che una politica scolastica, quella del ministero Valditara sembra una campagna di comunicazione permanente.
Un antefatto trascurato
Prima di parlare di ciò che ha fatto questo ministero, bisogna ricordare quello che lo ha preceduto, e che purtroppo ne ha costituito parzialmente il modello. Il decreto legislativo n. 61 del 2017, approvato durante il governo Gentiloni, riformò gli istituti professionali, che rappresentano circa il 13% degli studenti della scuola secondaria di secondo grado. Quel decreto introdusse l'obbligo della didattica per competenze, scelta in sé apprezzabile, ma la accompagnò con una ridistribuzione oraria che colpì soprattutto le materie di cultura generale, senza aumentare in modo significativo le ore laboratoriali. La riforma fu funzionale al raddoppio delle settimane di alternanza scuola-lavoro rispetto a tecnici e licei. Ne conseguì anche una maturità diversa, sebbene formalmente ancora paritetica rispetto a quella degli altri istituti: la seconda prova al professionale è redatta dalla commissione esaminatrice e non arriva dal Ministero, sancendo una differenza sostanziale nella preparazione rispetto ai coetanei. Una differenza che prima o poi dovrà portare alla non equiparazione legale del titolo di studi. Racconto questo perché tutto ciò che Valditara ha fatto ai tecnici non è un unicum: segue una precisa linea di tendenza, trasversale a più governi.
Semmai, quello che si può notare con una certa amarezza è che la mobilitazione intorno agli studenti dei tecnici è direttamente proporzionale all'innalzamento del contesto socioeconomico dell'utenza. Fino a che queste stesse cose sono accadute agli studenti dei professionali, tendenzialmente di ceto medio-basso e spesso di background migratorio, è sembrato normale, se non addirittura cosa buona e giusta. (Si veda Sulla riforma degli istituti tecnici)
La riforma dei tecnici
Il decreto-legge 144 del 2022 mette già le basi per la riforma degli istituti tecnici, con un orientamento che sarà una costante: avvicinare la scuola alle esigenze delle imprese, ridurre i tempi della formazione, valorizzare la filiera tecnico-professionale. Il decreto operativo è arrivato a febbraio 2026, con applicazione dal prossimo settembre. Come osserva Lorenza Alessandri nella sua newsletter dedicata alla scuola, si tratta di un decreto che riguarda il 31% dei quattordicenni italiani, di cui nessuno sa nulla, perché nessuno ne ha parlato.
Vale la pena partire da come era strutturato l'istituto tecnico industriale prima di questa riforma. Il biennio era comune a tutte le specializzazioni e aveva una forte inclinazione scientifica: oltre alle ore di matematica, comparivano due ore di scienze naturali, tre di chimica, tre di fisica, per un totale di otto ore settimanali di discipline scientifiche. Il biennio comune aveva anche il grande vantaggio di permettere il riorientamento: quando capisci che studiare elettronica non fa per te, puoi passare a meccanica senza perdere un anno.
Con la riforma, questo impianto viene smantellato. Le ore complessive si riducono sia nel biennio che nel triennio, con un dimezzamento di quelle dedicate alle materie STEM. Nel triennio si perdono ore di italiano. L'autonomia del dirigente scolastico aumenta, nel senso che una quota del monte ore passa nelle sue mani: nella teoria didattica l'autonomia scolastica è un valore, nella pratica, affidata a dinamiche di contrattazione interna o semplicemente a logiche relazionali, rischia di diventare un criterio arbitrario.
Il modello del 4+2, già implementato tra gli istituti professionali, comprime lo stesso numero di ore in quattro anni e indirizza verso gli ITS, istituti tecnici superiori finanziati da soggetti privati. Chi finanzia la formazione ne orienta inevitabilmente i contenuti: non è una deduzione ideologica, è la logica del funzionamento delle istituzioni. Un buon istituto tecnico fornisce agli studenti una robusta preparazione scientifica, se non nei contenuti almeno nel metodo, che, aggiunta a un giusto ammontare di studio, consente a molti di prendere almeno una laurea triennale. Con questa riforma, quella possibilità si restringe. In una società in cui la capacità di reinventarsi professionalmente sarà sempre più necessaria, formare figure altamente specializzate ma poco adattabili è una scelta di corto respiro.
Il dato politico è però il seguente: questa riforma colpisce un'utenza già penalizzata. Gli studenti dei tecnici, come quelli dei professionali, provengono in media da un contesto socioeconomico più basso rispetto a quello dei licei. Ridurne la formazione culturale generale significa ridurne la possibilità di mobilità sociale. È classismo mascherato da pragmatismo. E la riforma rende ancora più difficile il passaggio e il riorientamento tra gli indirizzi, dato che il primo biennio smette di essere comune a tutta la scuola secondaria di secondo grado. L'effetto pratico, già visibile nei professionali, è che il riorientamento funziona quasi esclusivamente in uscita dai licei verso i tecnici e i professionali, mai in senso inverso.
La riforma della maturità
La riforma dell'esame di maturità è entrata in vigore con la sessione 2026. Valditara l'ha presentata come un ritorno alla serietà. Vale la pena guardare i dettagli.
Prima ancora di entrare nel merito, conviene fare una premessa sul metodo. I governi riformano l'esame finale senza riformare la scuola perché costa poco, perché si ottengono comunque risultati indiretti sull'intero curricolo, e perché è una notizia facile da far finire sui giornali. Non fa eccezione questo governo. Il restyling comincia dal nome: si torna all'Esame di maturità, implicando che negli ultimi venticinque anni abbiamo diplomato persone che non erano mature, senza peraltro essere davvero in grado di definire che cosa significhi maturità né mettere in dubbio che si possa misurare.
Sul piano strutturale, il nuovo esame si concentra su quattro discipline, con divieto esplicito di porre domande sulle materie non selezionate dal Ministero. Questo significa che anche se la cattedra di italiano ha dentro anche storia, cosa che avviene normalmente in tutti gli istituti tecnici e in tutti i professionali, storia scompare dalle materie oggetto di esame. Non è un dettaglio: è una scelta che penalizza sistematicamente gli studenti di quegli indirizzi rispetto ai liceali e soprattutto svaluta la preparazione disciplinare.
Nella nuova maturità il colloquio orale deve coprire, in circa sessanta minuti, la riflessione metacognitiva sul percorso personale, l'interrogazione sulle quattro materie, le esperienze di formazione scuola-lavoro, una domanda di educazione civica e la discussione degli elaborati scritti. Il punto più problematico è la riflessione iniziale sul curriculum. Il colloquio si apre con una presentazione del proprio percorso scolastico e personale che nella pratica si basa soprattutto su esperienze extra-scolastiche e certificazioni. Come osserva Lorenza Alessandri nella sua newsletter, ci saranno candidati avvantaggiati in questa prima fase: quelli che hanno fatto viaggi-studio, che suonano uno strumento, che hanno partecipato a progetti extracurriculari. Questi candidati coincideranno quasi esattamente con quelli che provengono da famiglie abbastanza benestanti da garantire loro esperienze formative a pagamento. Lo stesso problema lo solleva Andrea Bosio su La buona storia: chi ha il titolo per valutare quanto lo scoutismo, per esempio, abbia reso un candidato una persona migliore? Chi può dire a qualcuno che il suo percorso di vita è valido o no, inserendo questa valutazione in un punteggio numerico?
A questo si aggiunge la questione del voto in condotta. Per accedere al massimo del credito scolastico occorre avere un voto in condotta di 9 o superiore; lo stesso vale per il bonus dopo la prova orale. Chi sta nella scuola professionale sa che questo requisito non è neutro. La condotta, come i risultati scolastici, è prevedibile su base socioeconomica: non perché i docenti dei professionali lavorino peggio, ma perché lavorano in contesti familiari e territoriali più disfunzionali. Legare il punteggio dell'esame alla condotta significa trasformare il disagio sociale in penalizzazione individuale. In contesti competitivi come l'accesso a corsi post-diploma a numero chiuso, un tetto di sei punti in meno rispetto ai coetanei dei licei non è un dettaglio. È una barriera. Il merito, in questo schema, vuol dire sfruttare il punto di partenza socioeconomico favorevole.
Le misure simboliche
Intorno a questi interventi strutturali, il ministero ha costruito una produzione continua di misure dall'alto impatto mediatico e dallo scarso effetto pratico. Lo smartphone vietato, per esempio, a prescindere dai risultati incerti della ricerca scientifica sul tema: invece di chiedersi perché uno studente sia distratto, si punisce la distrazione.
Ancora, la riforma del voto in condotta: invece di investire in prevenzione e sostegno educativo, si aumenta il peso della sanzione.
Le nuove Indicazioni Nazionali per il primo ciclo, criticate per l'impianto prescrittivo.
Le nuove Indicazioni per licei e tecnici, percepite da docenti ed esperti come un ritorno a una visione estremamente conservatrice della scuola, più identitaria che pluralista.
Nel frattempo, ad aprile 2026, quasi per ironia, il ministro annuncia che la distinzione tra licei e tecnici non avrebbe più senso. Dopo anni di politiche che quella distinzione l'hanno approfondita e resa ancora più difficile da attraversare, Valditara dichiara il problema risolto, come la povertà risolta dal ministro Di Maio. Senza però proporre niente di concreto.
Il merito applicato ai bandi
C'è un ultimo episodio che vale la pena citare, non perché sia il più grave sul piano strutturale, ma perché è il più istruttivo sul piano simbolico. Il Ministero ha finanziato con cifre fino a cinquantamila euro le scuole vincitrici del bando per gli snodi formativi sull'intelligenza artificiale. Il criterio di selezione era uno solo: compilare il modulo prima degli altri. Nessuna vera valutazione della proposta formativa, nessun giudizio sulla qualità del progetto. Primo arrivato, primo premiato. Questo stesso ministero che porta nel suo nome il Merito. Il merito, evidentemente, vale per gli studenti. Per le istituzioni scolastiche e per il ministero basta essere veloci a cliccare invio.
Conclusione
Quattro anni di governo scolastico del ministro Valditara hanno prodotto una scuola con meno ore di cultura generale nei tecnici, un sistema di valutazione più punitivo e meno educativo, meno autonomia didattica per i docenti, un esame finale strutturato in modo da avvantaggiare chi già parte avvantaggiato e un sistema di formazione sempre più legato agli interessi economici del territorio. Una scuola più prescrittiva, più selettiva, più subalterna. Un disastro spettacolare: un declino sistematico, provvedimento dopo provvedimento, che consolida le disuguaglianze invece di ridurle ma che non fa notizia proprio perché avviene un pezzo alla volta.
Il colpo finale è la legge sul consenso informato per l'educazione sessuale, approvata a giugno 2026: i genitori devono dare il consenso scritto prima che la scuola possa proporre attività su sessualità e affettività; tutto ciò a fronte dei tanto millantati colloqui con Gino Cecchettin e la fondazione intitolata alla figlia Giulia, per la proposta di una didattica dell'affettività e della sessualità a scuola Invece il consenso informato finisce per tentare di porre un argine burocratico tale da impedire, di fatto, alle scuole l'organizzazione di proposte formative su questi temi, dato che, a fronte della moltiplicazione degli obblighi burocratici e formali da adempiere, non vengono garantiti nuovi fondi. Il provvedimento quindi non rafforza il ruolo educativo della famiglia, come sostiene Valditara, ruolo che infatti nessuno ha mai toccato o si sogna di toccare, anche a fronte delle evidenti lacune di tanti adulti italiani nella gestione della propria genitorialità, ma svuota la scuola di un compito educativo fondamentale, impedendo l'adempimento degli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione. In un paese in cui il tasso di violenza nelle relazioni giovanili è costante o addirittura cresce, in un paese in cui le famiglie non sono affatto lo spazio protetto e fiabesco che vogliamo rappresentarci, a meno che non si sia maschi ed eterosessuali, questa legge va nella direzione sbagliata.
Questo è il lascito del ministero Valditara. Un programma coerente ad un'ideologia anziché ad una visione pedagogica ed educativa: una somma di interventi che disegnano una scuola in cui chi è nato in una certa condizione sociale ha meno possibilità di uscirne, e comunque ne uscirà peggio. Probabilmente è esattamente quello che si voleva ottenere.
Post scritto avvalendomi di Perplexity e di Claude
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