Sulla riforma degli istituti tecnici
Se, come me, frequentate una bolla social e informativa che discute e ha a cuore la scuola, in questi giorni vi sarete imbattuti più volte in post e articoli sulla riforma degli istituti tecnici. In effetti c'è molto da discutere, e tuttavia non sempre questo dibattito è informato e funzionale, il più delle volte semmai appare ideologizzato e propagandistico. Facciamo dunque qualche puntualizzazione
Un antefatto trascurato: la riforma dei professionali del 2017
In merito alla riforma degli istituti tecnici, è opportuno precisare che l'iter che porta a tale provvedimento ha inizio ben prima, precisamente nel 2017 con la riforma degli istituti professionali, che di fatto ne costituisce il modello. Il decreto legislativo n. 61 del 13 aprile 2017 introduce una netta differenziazione tra il percorso scolastico di chi frequenta gli istituti professionali, circa il 13% degli studenti della scuola secondaria di secondo grado, e i coetanei frequentanti tecnici e licei.
In particolare, quel decreto introduceva già l'obbligo di praticare la didattica per competenze — scelta apprezzabile e anzi da estendere, in linea con le moderne teorie della pedagogia — accompagnandola con una ridistribuzione delle ore delle varie discipline che colpiva soprattutto il comparto delle materie di carattere più prettamente generale, senza fornire un aumento significativo delle ore per le attività laboratoriali. La ridistribuzione oraria risulta in realtà funzionale al numero di settimane che gli studenti dei professionali trascorrono in formazione scuola-lavoro, che è il doppio rispetto a quello previsto per i liceali e i tecnici.
Queste differenze sono talmente marcate che persino l'esame di maturità assume una forma diversa nei professionali: la prima prova è la stessa per tutti, ma la seconda, a differenza di quella dei tecnici e dei licei che arriva direttamente dal Ministero, al professionale è redatta dalla commissione esaminatrice. Ciò sancisce di fatto una differenza sostanziale nella preparazione rispetto ai coetanei, differenza che prima o poi — questa è una previsione personale — avrà come ricaduta la non equiparazione legale del titolo di studi rilasciato dai professionali con quello rilasciato da tecnici e licei.
A queste differenze si è poi aggiunta, da due anni, la cosiddetta "filiera" tecnico-professionale: la spinta verso percorsi più brevi, il 4+2, che tende a rendere l'offerta formativa di queste scuole sempre più professionalizzante e orientata alle richieste dei settori industriali e dei servizi del territorio, con tutti i rischi che ne conseguono.
Tutto questo avviene in un contesto in cui la scelta del percorso di studi viene compiuta tra i 13 e i 14 anni, con percorsi che almeno nel primo biennio delle superiori dovrebbero essere permeabili per favorire il riorientamento, ma che di fatto lo favoriscono quasi esclusivamente in uscita dai licei verso i percorsi ritenuti più facili. Si vengono così a creare meccanismi disfunzionali, come la formazione di classi caratterizzate da una composizione omogenea per provenienza etnica e classe sociale, che impoveriscono le prospettive scolastiche degli studenti anziché allargarle. Al riguardo, rimando all'episodio 4 del podcast La scuola dalla A alla Z e alla sua ricca bibliografia di riferimento.
Insomma, la riforma dei tecnici non è un unicum e non giunge all'improvviso: segue una precisa linea di tendenza nelle scelte politiche intorno alla scuola secondaria di secondo grado. Semmai, quello che si può notare con una certa amarezza è che la mobilitazione intorno agli studenti dei tecnici è direttamente proporzionale all'innalzamento del contesto socioeconomico dell'utenza. Fino a che queste stesse cose sono accadute agli studenti dei professionali, tendenzialmente di ceto medio-basso e spesso di background migratorio, è sembrato normale, se non addirittura cosa buona e giusta. Si parla dei tecnici perché, per l'opinione pubblica, se il liceo è la Serie A, i tecnici sono la Serie B; i professionali sono i campionati che si giocano all'oratorio.
Perché la riforma dei tecnici va messa in discussione
La riforma degli istituti tecnici va messa in discussione perché sottopone l'offerta formativa di questi istituti, che raccolgono il 31% degli iscritti delle scuole secondarie di secondo grado, a dinamiche di tipo privatistico. Le ore complessive vengono ridotte sia nel biennio che nel triennio, tanto che vengono dimezzate quelle dedicate alle materie STEM. Nel triennio si perdono ore di insegnamento di lingua e letteratura italiana. D'altro canto, aumenta il monte ore che ricade nella disponibilità del dirigente scolastico per lo sviluppo dell'autonomia scolastica: ore che il dirigente potrà impiegare per il potenziamento di alcune materie secondo criteri che potrebbero essere meritocratici, ma che più probabilmente seguiranno dinamiche di contrattazione sindacale o di mero clientelismo interno.
Questa riforma rende inoltre sempre più difficile il passaggio e il riorientamento dagli istituti tecnici e professionali verso i licei e viceversa, dato che il primo biennio smette di essere comune a tutta la scuola secondaria di secondo grado e prevede esami di idoneità ancora più complicati per chi voglia cambiare indirizzo. L'effetto pratico è che il riorientamento continuerà a funzionare quasi esclusivamente in uscita dai licei verso i tecnici, cioè da quelle scuole percepite come più impegnative verso quelle ritenute più accessibili, ma non in senso contrario.
Se a tutto questo si aggiunge — anche sulla base dell'esperienza già citata nei professionali — la volontà di estendere il modello del 4+2 anche ai tecnici, si scopre che l'offerta formativa si riduce ulteriormente e viene legata ancora più strettamente al territorio. Si pretende che gli studenti completino lo stesso numero complessivo di ore del percorso quinquennale in quattro anni, con un carico che già le circolari burocratiche prevedono di alleggerire tagliando qua e là, ma con conseguente perdita di qualità didattica. Inoltre, la riforma indirizza gli studenti verso gli ITS, istituti tecnici superiori, attraverso questo stesso depauperamento della preparazione: sebbene nominalmente il diploma di maturità consenta l'accesso all'università, nella pratica si orienta verso un percorso più breve, gestito da soggetti privati che lo finanziano e che quindi legano la formazione agli interessi aziendali e territoriali. Interessi che non coincidono necessariamente con quelli di medio-lungo periodo degli studenti, in una società in cui sarà sempre più necessario saper reinventarsi nel tempo. Si dice che il 4+2 renda il sistema scolastico italiano omogeneo a quello europeo, portando l'età d'uscita dal sistema a 18 anni anziché gli attuali 19: in realtà in Europa 22 paesi concludono il percorso di studi secondario a 19 anni, e solo 11 a 18 anni. Inoltre, l'idea che lo slittamento verso questo modello sia neutro perché determinato da una confluenza di richieste italiane ed europee è ingenuo: questa riforma, che ha avviato il suo iter nel 2022 con il governo Draghi, ha trovato sostegno sia nel governo di destra attuale sia nella maggioranza centrista e liberista della passata legislatura, e converge verso le posizioni conservatrici e liberiste che attualmente sono maggioritarie nell'UE. L'UE non è un concetto astratto, è un'insieme di istituzioni politiche che esprimono l'indirizzo ideologico delle maggioranze di riferimento, per cui non stupisce l'interesse e l'approvazione verso questa riforma in un momento in cui le destre guidano la gran parte dei governi europei.
Una riforma che riproduce le disuguaglianze
Di fatto questa riforma tende a consolidare i divari socioeconomici e socioculturali di partenza, anziché lavorare per ridurli. Già oggi una scelta troppo anticipata, combinata con le condizioni familiari, orienta in modo determinante il percorso degli studenti nel passaggio dalla scuola secondaria di primo grado a quella di secondo grado. Con questa riforma, chi proviene da un contesto svantaggiato — per reddito, istruzione familiare, background migratorio o bisogni educativi speciali — rischia di essere incanalato già a 13 anni verso posizioni lavorative di bassa o media qualifica.
Il modello che si sta costruendo attraverso professionali, tecnici e ITS tende a produrre figure specializzate, certamente, ma non abbastanza qualificate per ricoprire ruoli apicali all'interno delle aziende: per quelli, le aziende continueranno a rivolgersi ai laureati universitari. Si tratta, in conclusione, di una riforma di corto respiro, che privilegia l'addestramento all'acquisizione di competenze trasversali e soft skill. Eppure saranno proprio queste ultime le più necessarie di fronte alla trasformazione ermeneutica, sociale e culturale che stiamo iniziando a vivere nell'epoca dell'intelligenza artificiale. Si affaccia davanti a noi il secolo dell'incertezza, in cui non conterà tanto ciò che si sa, dato che l'IA saprà sempre e comunque di più, o ciò che si sa fare, visto che l'IA applicata alla robotica sostituirà facilmente le posizioni lavorative a bassa o media qualifica: ciò che servirà sempre più sarà la capacità di "imparare ad imparare", di reinventarsi attraverso le competenze trasversali e le soft skill, in una parola, ciò che ci rende umani nel dare senso alle nostre conoscenze e ai framework euristici con cui interpretiamo la realtà; tutto ciò non appartiene all'addestramento qualificato verso cui invece spinge il modello che la riforma dei tecnici, e prima quella dei professionali, produce, un addestramento quindi che rischia di rispondere all'interesse locale e immediato di aziende che potrebbero non esistere più. o non esistere più in queste forme, nell'arco di pochi anni.

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