Un'analisi etnosemiotica di Non chiederci la parola di Eugenio Montale
Quella che segue è una prova: ho provato a fare analizzare Non chiederci la parola di Eugenio Montale a Claude, dando all'IA come criterio l'uso del quadrato semiotico, strumento tipico dell'analisi etnosemiotica. Lo spunto per questa idea è venuto dalla puntata di giorno 16 maggio del podcast Saussure e grida, reperibile su tutte le principali piattaforme di streaming di podcast.
L'analisi è frutto di diverse interazioni con Claude, durate più o meno qualche ora di lavoro, interazioni con le quali ho posto i miei dubbi sui primi tentativi di interpretazione del testo generati dall'IA, fino ad arrivare alla stesura attuale, che mi risulta sufficientemente accettabile, anche solo per le cautele emerse e proposte nell'analisi.
In ogni caso, dato che il lavoro mi sembra accettabile, anche solo come spunto di riflessione su un possibile uso dell'IA per l'insegnamento e l'apprendimento, propongo alla lettura quanto prodotto.
«Non chiederci la parola»
Analisi attraverso il quadrato semiotico di Greimas
con riferimento all'approccio etnosemiotico
Il testo
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo
Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925
1. Premesse metodologiche e limiti dell'analisi
Il presente lavoro applica il quadrato semiotico di Algirdas Julien Greimas alla lirica «Non chiederci la parola», seconda sezione degli Ossi di seppia (1925) di Eugenio Montale. Lo strumento analitico è mutuato dalla semiotica strutturale generativa greimasiana, nella sua variante etnosemiotica: quella corrente che, partendo da materiali folklorici, rituali e antropologici, ha successivamente esteso il modello a qualunque fenomeno culturale capace di produrre senso, incluse le forme letterarie.
Il quadrato semiotico è uno strumento descrittivo che consente di rappresentare visivamente le articolazioni logiche e le relazioni di opposizione semantica di un testo, portando alle estreme conseguenze il concetto saussuriano di valore: un segno può darsi solo su base oppositiva. A partire da una coppia di contrari S1/S2, il quadrato genera due contraddittori (~S1, ~S2) e quattro relazioni fondamentali: contrarietà, contraddizione e implicazione (detta anche deissi).
Occorre tuttavia segnalare i limiti dell'applicazione prima di procedere. Il modello greimasiano presuppone una logica bivalente e discreta, mentre la poesia di Montale lavora precisamente sull'indistinzione tra i poli semantici. Il quadrato tende inoltre a ipostatizzare movimenti narrativi — trasformazioni di stato, percorsi di acquisizione di valori — che «Non chiederci la parola» deliberatamente inibisce: il soggetto lirico non compie un percorso verso alcun oggetto di valore, ma si installa sulla frontiera della contraddizione come posizione stabile e dichiarata. Il rischio è reintrodurre una logica di risoluzione che il testo programmaticamente rifiuta. L'analisi che segue è consapevole di questa tensione e la tratta come produttiva, non come ostacolo.
Per ragioni di chiarezza espositiva, l'analisi viene articolata attorno a due quadrati distinti — uno epistemico e uno etico-identitario — che nella lirica interferiscono e si sovrappongono, generando la struttura profonda del testo.
2. Il primo quadrato semiotico: l'asse epistemico
Dicibilità vs indicibilità
L'opposizione fondamentale che struttura il primo livello semantico del testo è quella tra la possibilità di un senso pieno, trasparente e definitivo — la «parola che squadri» — e la sua radicale negazione: l'«animo informe» che precede o sfugge a ogni articolazione linguistica.
Il termine S1 (certezza / dicibilità) è rappresentato nel testo dall'immagine del croco: una parola capace di «dichiarare» la realtà e di «risplendere», di portarla alla luce in modo netto e circoscritto. Tuttavia il croco è anche «perduto in mezzo a un polveroso prato»: già nella sua evocazione S1 viene svalutato. La parola luminosa non è solo irraggiungibile — è anche già depotenziata, sommersa nella contingenza e nella polvere del reale. Questo dettaglio raffina l'inversione assiologica: S1 non è un valore pieno che il soggetto non sa raggiungere, ma un valore già compromesso alla radice. Il contrario S2 (incertezza / indicibilità) è l'«animo informe»: ciò che non ha forma né nome, il grado zero dell'identità semantica. Non un silenzio quieto, ma il rumore incoerente di un'esistenza che non si lascia decifrare.
Il quadrato si costruisce come segue:
S1 (CERTEZZA / DICIBILITÀ) ——————— S2 (INCERTEZZA / INDICIBILITÀ)
«parola-croco» «animo informe»
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| \ / |
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~S2 (NON-INCERTEZZA) ~S1 (NON-CERTEZZA)
«storta sillaba secca» «ciò che non siamo»
Il termine ~S1 (non-certezza) è la posizione del soggetto lirico: né possiede la parola luminosa né si dissolve nell'informe. Si manifesta nella formula della doppia negazione — «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» — che è sintatticamente e semanticamente la posizione del contraddittorio di S1: una soggettività che si definisce per sottrazione.
Il termine ~S2 (non-incertezza) è il momento più produttivo del quadrato. Il testo lo materializza nell'immagine della storta sillaba e secca come un ramo: non è la certezza piena di S1 — non è il croco luminoso — ma non è nemmeno l'informe di S2. È il residuo, la forma impoverita ma resistente. Nel percorso generativo del senso, questo termine occupa la posizione di una significazione minimale: non pienezza semantica, ma consistenza ontologica.
Vale la pena sottolineare l'inversione assiologica operata da Montale: il polo euforico (S1, la parola-croco) viene dichiarato irraggiungibile fin dal primo verso, mentre il polo della contraddizione (~S1) viene investito di un valore positivo inatteso. La doppia negazione non è un'autopresentazione fallimentare: è l'unica autopresentazione ritenuta autentica. L'impossibilità diventa così la condizione di possibilità dell'enunciato.
3. Il secondo quadrato semiotico: l'asse etico-identitario
Sicurezza vs consapevolezza dell'ombra
Il secondo asse semantico, non sovrapponibile al primo ma strettamente intrecciato ad esso, riguarda la condizione soggettiva di chi abita il mondo. L'opposizione fondamentale è tra l'uomo che «se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico» — e che non si cura dell'ombra che la canicola stampa sul muro — e il soggetto che quella stessa ombra non può ignorare.
Il termine S1 (sicurezza / identità piena) è l'uomo descritto nella seconda strofa: una figura che possiede certezza interiore, si muove nel mondo senza il peso del dubbio e disconosce la propria ombra. Va sottolineato che l'ombra non manca: è lì, stampata dalla canicola su uno scalcinato muro, visibile al lettore. L'uomo sicuro semplicemente non se ne cura. S1 non è quindi l'assenza dell'ombra, ma il suo diniego attivo. Questa sfumatura è decisiva: la sicurezza di S1 non è una condizione di pienezza autentica ma una rimozione. È presentata con una distanza valutativa che il testo segnala attraverso l'esclamativo conclusivo della strofa, che oscilla tra ammirazione e ironia. Il contrario S2 (dissoluzione / perdita di sé) sarebbe il soggetto che, sopraffatto dalla propria ombra, cede all'indistinzione senza ricavarne consapevolezza.
Il quadrato di questo secondo asse si costruisce così:
S1 (SICUREZZA / IDENTITÀ PIENA) ——— S2 (DISSOLUZIONE / PERDITA DI SÉ)
«l'uomo che va sicuro» soggetto che cede
| \ / |
| \ / |
| \ / |
~S2 (NON-DISSOLUZIONE) ~S1 (NON-SICUREZZA)
«ombra sul muro scalcinato» «non poter ignorare la propria ombra»
Il termine ~S1 (non-sicurezza) non è la dissoluzione: è la posizione di chi non può non vedere la propria ombra. Non si tratta solo di consapevolezza passiva — il soggetto lirico non è semplicemente più lucido dell'uomo sicuro — ma di una condizione strutturale: l'ombra si impone, non viene eletta. Il soggetto non sceglie di conoscerla; non può ignorarla come fa l'uomo di S1. In questo senso ~S1 è meno una virtù epistemica e più una necessità ontologica: la posizione di chi non dispone del diniego come strumento di costruzione identitaria.
Il termine ~S2 (non-dissoluzione) è qui occupato dall'immagine dell'ombra stessa: quella che «la canicola stampa sopra uno scalcinato muro». L'ombra è reale, visibile, persistente. Non è la sicurezza piena di S1 né la dissoluzione di S2: è la traccia materiale di una presenza che resiste senza pretendere pienezza identitaria. In questo senso il secondo quadrato non impiega la «storta sillaba» — che appartiene al primo asse, epistemico — ma trova il suo termine ~S2 nell'immagine figurale dell'ombra proiettata: una forma minima di consistenza ontologica, non luminosa come il croco e non dissolta come l'informe.
Come nel primo quadrato, anche qui Montale opera un rovesciamento assiologico: S1 (la sicurezza) non viene investita di valore euforico dal soggetto, nonostante sul piano logico-formale si trovi al polo positivo. Il testo tratta quella sicurezza come una condizione estranea, descritta con distacco, quasi etnografica. Il valore positivo si sposta su ~S1: la non-sicurezza come forma di onestà intellettuale e integrità esistenziale.
4. La posizione del soggetto nei due quadrati
La questione decisiva è che il soggetto lirico occupa il termine ~S1 in entrambi i quadrati, e questa doppia collocazione non è casuale: è la struttura profonda che regge l'intera lirica.
Nel primo quadrato (epistemico), ~S1 è la posizione di chi non possiede la parola-croco ma non è dissolto nell'informe: un soggetto che sa di non poter dire, e in quel sapere costruisce comunque un enunciato. La negazione performativa — «non chiederci» — è essa stessa un atto linguistico che produce senso proprio dichiarando l'impossibilità del senso pieno. C'è in questo un paradosso fecondo: il testo è la dimostrazione della sua stessa tesi. Il poeta non può dare la parola luminosa, eppure scrive versi; non può dichiarare l'animo, eppure lo descrive per negazione.
Nel secondo quadrato (etico-identitario), ~S1 è la posizione di chi non può ignorare la propria ombra: non l'uomo sicuro di S1 che la rimuove, non l'uomo di S2 che vi si perde. È un soggetto che porta il negativo come componente strutturale dell'identità, non per scelta ma per impossibilità del diniego. La canicola stampa l'ombra sul muro: il soggetto non ha modo di non vederla.
Il punto strutturalmente rilevante è che i due ~S1 coincidono. Non poter ignorare la propria ombra è la stessa cosa che non poter dare la parola luminosa: la limitazione epistemica e quella identitaria sono una sola realtà descritta da due angolazioni diverse. E in entrambi i casi la limitazione non è frutto di rinuncia volontaria ma di impossibilità strutturale: il soggetto non ha accesso né alla parola-croco né al diniego dell'ombra. Le due deissi si chiudono sulla stessa posizione.
Vale anche sottolineare la dimensione collettiva dell'enunciazione: il soggetto parla al plurale («non chiederci», «possiamo dirti»). Non è una voce singola ma una posizione condivisa — forse il coro degli intellettuali del Novecento, forse più generalmente l'umanità post-romantica che non può più credere nella parola come strumento di rivelazione. Il plurale estende la valenza del ~S1 da condizione individuale a condizione epocale.
5. Il ruolo del soggetto nella costruzione del senso
Quanto emerge dall'analisi dei due quadrati è che il soggetto montaliano non è un agente della significazione nel senso greimasiano classico. Non trasforma, non conquista un oggetto di valore, non percorre il quadrato verso una risoluzione. È piuttosto un operatore di demarcazione: delimita il confine tra ciò che il senso può fare e ciò che non può, e si installa su quel confine come unica posizione abitabile.
Nel modello greimasiano, il percorso narrativo canonico prevede la trasformazione da uno stato di disgiunzione rispetto all'oggetto di valore a uno di congiunzione. In «Non chiederci la parola» questo percorso è esplicitamente rifiutato fin dal primo verso: il soggetto non cerca la parola-croco, anzi intima all'interlocutore di non cercarla nemmeno attraverso di lui. Il programma narrativo classico viene cancellato prima ancora di essere avviato. Ciò che rimane è solo la posizione del soggetto rispetto ai valori in gioco — e quella posizione, come si è visto, è sistematicamente il termine contraddittorio (~S1).
Il senso che emerge dalla lirica non è dunque un contenuto — non c'è una verità che il testo comunichi sul mondo — ma una forma di soggettività: il soggetto si costituisce semioticamente nell'atto stesso di negarsi come portatore di senso pieno. «Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» non è una dichiarazione mancata: è la sola dichiarazione autentica possibile per chi ha rinunciato all'illusione della parola-croco.
In questo senso, la lirica funziona come un testo etnosemioticamente rilevante non perché descriva rituali o pratiche culturali, ma perché produce una forma di identità collettiva attraverso la negazione condivisa. Il «non chiederci» costruisce un noi che si riconosce nella stessa incapacità, nella stessa onestà di fronte all'opacità del reale. La parola poetica non illumina il mondo — come il croco — ma lo abita, lo testimonia, lascia una traccia: quella «storta sillaba secca come un ramo» che non è bellezza ma resistenza.
6. Conclusioni
L'analisi attraverso il quadrato semiotico ha consentito di isolare due livelli di opposizione profonda nella lirica: uno epistemico (dicibilità/indicibilità) e uno etico-identitario (sicurezza/consapevolezza dell'ombra). La sovrapposizione dei due quadrati — e la coincidenza dei rispettivi termini ~S1 nella stessa posizione soggettiva — rivela una coerenza strutturale che la sola analisi retorica o tematica non consente di vedere con la stessa nitidezza.
Il contributo più produttivo dell'approccio greimasiano è l'identificazione dell'inversione assiologica come meccanismo portante del testo: Montale trasferisce il valore euforico dal polo positivo (S1) al polo contraddittorio (~S1), trasformando la limitazione in posizione autentica. Ma il testo corretto rivela una complessità ulteriore rispetto a quanto una lettura approssimativa consentirebbe: nel primo quadrato, S1 è già depotenziato alla radice — il croco che risplende è anche «perduto in mezzo a un polveroso prato» — e nel secondo quadrato la sicurezza di S1 non è pienezza autentica ma diniego attivo dell'ombra. Il testo costruisce così una critica strutturale di entrambi i poli positivi, non solo una rinuncia ad essi.
Il limite principale del modello rimane quello già segnalato in apertura: il quadrato semiotico cattura bene le opposizioni profonde, ma fatica a rendere conto della qualità specifica con cui Montale abita lo spazio semantico tra i poli, quella zona di indistinzione che è il luogo proprio della sua poesia. Applicare il quadrato a «Non chiederci la parola» significa necessariamente irrigidire in una geometria ciò che il testo vuole lasciare sfumato. L'analisi strutturale e l'esperienza estetica del testo rimangono, in ultima istanza, parzialmente inconciliabili.
Riferimenti bibliografici
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Pozzato, M.P. (2001). Semiotica del testo. Metodi, autori, esempi. Roma: Carocci.
Traini, S. (2006). Le due vie della semiotica: teorie strutturali e interpretative. Milano: Bompiani.
Volli, U. (2000). Manuale di semiotica. Roma-Bari: Laterza.
Montale, E. (1925). Ossi di seppia. Torino: Gobetti. [ed. di riferimento: Milano: Mondadori, 2003, con introduzione di Pietro Cataldi]
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