Tre papà, otto maranza e una 14enne: come un titolo costruisce i suoi cattivi prima ancora di raccontare i fatti


Sul Giornale di Brescia è comparso un titolo per un articolo di cronaca che vale la pena leggere con attenzione: Tre papà picchiati da otto maranza per aver difeso una 14enne. Il fatto, nella sua brutalità, è reale. Ma il modo in cui viene raccontato non è neutro, e non lo è mai. Tanto per essere chiari: in questo post non discuterò del fatto nella sua cruda e violenta brutalità, che ovviamente e indiscutibilmente viene condannata. Qui discuterò di lingua.

La prima scelta che colpisce è quella di chiamare le vittime "papà" anziché "uomini" o "persone". Non è una sciocchezza. "Papà" non descrive chi sono queste persone in quel momento, ma attiva un immaginario preciso: la famiglia, la protezione, il nucleo sociale da difendere. Il passante che interviene diventa automaticamente il padre di tutti noi. Questa è una scelta che si avvale della strategia dell'umanizzazione attraverso la selezione lessicale; è un tentativo di connotare la vittima. Ora, normalmente l'umanizzazione della vittima ha anche una legittimità: serve ad evitare di sentire l'aggredito come un semplice numero e a percepirlo come persona. Qui, però, la scelta del termine "papà" fa qualcosa in più: non solo umanizza, ma connota in un campo semantico scelto accuratamente, rassicurante, paternalistico, tradizionale. Il titolo sta iniziando a costruire un quadro: da una parte ci siamo noi, quelli della famiglia e dei valori da difendere, dall'altra parte qualcun altro.

La seconda scelta è la più interessante dal punto di vista linguistico. "Maranza" è un termine gergale, di origine incerta (probabilmente dall'ortaggio "melanzana", con la sua buccia scura, metaforicamente riferita al colore della pelle, o da "marocchino" più "zanza"), che oggi identifica una sottocultura giovanile urbana con codici estetici riconoscibili e una reputazione negativa consolidata nell'immaginario collettivo. Usarlo in un titolo giornalistico formale non è un'ingenuità redazionale. È una scelta: si preferisce l'etichetta sociale già carica di connotazioni alla parola neutra "aggressori". Il risultato è che i responsabili vengono condannati due volte: la prima connotazione sarà quella che arriverà attraverso provvedimenti giudiziari, ma la seconda, che in realtà precede la prima, quella che viene dal vocabolario, prima ancora che il lettore finisca la frase.

Ma il titolista fa anche un'altra scelta: sceglie di essere specifico nell'uso di un dato, ovvero i numeri. Tre contro otto non è solo un dato: è una struttura narrativa. Il branco contro i singoli, la vigliaccheria contro il coraggio. La disparità numerica diventa un giudizio morale incorporato nelle cifre stesse.

Tutto questo si chiude con "una 14enne". Di fatto sapere l'età della prima vittima non sposta niente, sarebbe bastato parlare di una minore. L'età non è quindi qui un dettaglio burocratico: è l'argomento finale. Massimizza la percezione del pericolo, giustifica l'intervento dei padri, rende l'aggressione ancora più odiosa. Si badi: la ragazza, la prima vittima, non esiste come persona, lei sì è un numero; esiste nel titolo esclusivamente come oggetto da proteggere, non come soggetto.

Vale la pena chiedersi se tutto questo sia un problema. La risposta non è scontata. Descrivere la realtà richiede parole, e le parole non sono mai innocenti. Un titolo che usasse solo termini neutri sarebbe più onesto, ma probabilmente meno letto. Chiaramente il titolista compie una scelta di tipo linguistico che ammicca agli stereotipi perché sa che quegli stereotipi garantiranno accessi al sito e alle pagine social del giornale. Non voglio demonizzare il giornale. E però occorre anche riconoscere che ogni titolo è già un'interpretazione, e che leggere ogni testo alzando una barriera critica e interpretativa non è un esercizio accademico, ma una forma elementare di igiene mentale. (Articolo scritto adoperando Gemini e Claude)

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