Due parole di metodo sulla famiglia nel bosco
Qualche settimana fa le cronache italiane si sono occupate a lungo della cosiddetta famiglia nel bosco: due adulti di origini inglesi e australiane che avevano scelto di vivere lontano dalla civiltà, insieme ai loro tre figli, in condizioni di sostanziale isolamento. Quando lo Stato è intervenuto allontanando i minori per le circostanze che verranno spiegate in seguito, si è scatenato il prevedibile dibattito: libertà individuale contro ingerenza statale, ritorno alla natura contro obbligo scolastico, famiglia contro istituzioni. Vale la pena ragionarci con un po' più di calma e sfatare alcuni punti della discussione che stanno incancrenendo il dibattito.
Il punto di partenza è semplice: due adulti possono scegliere di vivere come meglio credono. Senza acqua corrente, senza luce elettrica, senza vaccini, senza medici. È una scelta discutibile, ma è una scelta, ed è una scelta che due adulti, nel loro determinarsi, possono prendere legittimamente. Il problema nasce quando questa scelta viene imposta a chi non ha ancora gli strumenti per valutarla, cioè ai figli.
Si dirà: ma i bambini vogliono stare con i genitori, e questo dimostra la bontà della scelta. No, non dimostra niente. L'affetto dei figli non regge da solo, perché i minori non sono considerati dalla legge — e con buone ragioni — pienamente in grado di scegliere ciò che è meglio per loro. È esattamente per questo che esistono tutele legali nei loro confronti, anche quando chi li mette a rischio è la famiglia stessa. Se indottrino mio figlio per diventare un kamikaze, lo Stato ha diritto di togliermelo? E perché non dovrebbe? E perché non dovrebbe avere lo stesso diritto se indottrini mio figlio a fare male a se stesso?
Si dirà anche: lo Stato non interviene nei casi delle famiglie nomadi o rom. Falso. Gli interventi avvengono, decine ogni anno, e semplicemente non fanno notizia. Chi sostiene il contrario ragiona per conferma, vittima della propria ideologia e dei propri biases: cerca solo i casi che supportano quello che già pensa, ignorando il resto. E c'è di più: l'idea che una famiglia bianca che sceglie la vita nel bosco debba essere lasciata in pace mentre le famiglie rom vengono monitorate rivela qualcosa di sgradevole nel modo in cui certi difensori della libertà individuale applicano i propri principi: detto meglio, rivela una visione chiaramente razzista.
Nel caso specifico della famiglia nel bosco, gli accertamenti hanno mostrato che i tre bambini si trovavano in condizioni di sostanziale analfabetismo, con gravi difficoltà di socializzazione. La famiglia sosteneva di praticare homeschooling, certificato da un istituto privato bresciano — una scelta quantomeno curiosa, considerata la distanza dalla residenza. I controlli successivi hanno però mostrato qualcosa di diverso: tre bambini incapaci di parlare in italiano, privi delle conoscenze attese alla loro età, e non in grado di relazionarsi con i coetanei. A ciò si aggiunge la vicenda che ha fatto emergere l'intera situazione: un avvelenamento da funghi raccolti dai bambini nel bosco, che ha portato alla luce anche la mancata vaccinazione obbligatoria e un'educazione sistematica al rifiuto delle cure mediche.
La Costituzione è chiara: lo Stato ha l'obbligo di garantire a ogni cittadino la possibilità di autodeterminarsi, di realizzarsi culturalmente, socialmente e politicamente. Quando una famiglia, per quanto in buona fede, priva i propri figli degli strumenti minimi per farlo, lo Stato non solo può intervenire: deve farlo. Famiglia e Stato sono entrambe agenzie educative, non in opposizione ma in parallelo, e quando la prima manca gravemente ai propri compiti la seconda ha titolo per subentrare.
Nessuno sta dicendo che lo Stato abbia sempre ragione, né che ogni intervento sui minori sia automaticamente giusto. Ma in questo caso i fatti parlano abbastanza chiaramente. Tre bambini analfabeti, non vaccinati, privi di socializzazione e finiti all'ospedale per funghi velenosi non sono il frutto di una scelta filosofica alternativa: sono il risultato di una privazione. E le privazioni, quando riguardano chi non può difendersi, non meritano tutela.
Post scritto con la collaborazione di Claude
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