Niente di nuovo sul fronte occidentale, Erich Maria Remarque
Niente di nuovo sul fronte occidentale è un romanzo pubblicato da Erich Maria Remarque nel 1929, originariamente in tedesco con il titolo Im Westen nichts Neues. È considerato uno dei più importanti romanzi antimilitaristi della storia della letteratura.
Il romanzo è narrato in prima persona da Paul Bäumer, giovane tedesco che si arruola volontario nella Prima Guerra Mondiale insieme ad alcuni compagni di liceo, spinto dall'entusiasmo patriottico ispirato dai discorsi del proprio insegnante. Ben presto Paul e i suoi amici si trovano catapultati nella brutale realtà delle trincee, dove l'eroismo dei libri di scuola si dissolve nel fango, nel sangue e nella morte quotidiana. Attorno a Paul ruotano figure indimenticabili: Kat, il veterano pragmatico e bonario che diventa una figura paterna per il gruppo; Tjaden, Müller, Kropp, i compagni che uno dopo l'altro vengono falcidiati dalla guerra. Quello che il romanzo racconta non è tanto una storia di battaglie quanto la lenta distruzione interiore di una generazione: ragazzi che partono con i sogni e tornano — quando tornano — come gusci vuoti, incapaci di reinserirsi in una società che non capisce e non può capire cosa hanno vissuto.
Il culmine della rappresentazione della guerra come macchina distruttiva è il capitolo 6, probabilmente il più potente dell'intero romanzo. Remarque descrive l'assalto nemico con un'intensità visiva e sensoriale rara: il fragore dei bombardamenti, i corpi dilaniati, i compagni che impazziscono o muoiono nelle trincee trasformate in trappole di fango e fuoco. Ma ciò che rende il capitolo davvero devastante non è la violenza in sé, quanto la lucidità con cui Paul la osserva e la registra. Non c'è spazio per l'eroismo, non c'è retorica della battaglia: c'è solo la sopravvivenza istintiva, animale, e la consapevolezza sempre più netta che la guerra non ha senso, che nessun ideale può giustificare quello che sta accadendo. Il capitolo 6 è una delle rappresentazioni più crude e oneste della guerra moderna che la letteratura abbia mai prodotto.
Eppure il romanzo non si esaurisce nella descrizione dell'orrore. Nei capitoli successivi — in particolare il 7 e il 10 — Remarque sposta la lente sulla condizione esistenziale di chi quella guerra la sta combattendo. Nel capitolo 7, durante una licenza, Paul torna a casa e si trova di fronte a una frattura insanabile: non riesce più a comunicare con i genitori, con i vecchi amici, con il professore che li aveva mandati al fronte con le parole di patria in bocca. Il mondo civile gli appare irreale, distante, quasi offensivo nella sua ignoranza di ciò che la guerra è davvero. Paul capisce che appartiene ormai a una generazione perduta, che ha bruciato la propria giovinezza in trincea e non ha più un posto nel mondo che lo ha preceduto né in quello che verrà. Nel capitolo 10, questa riflessione si fa ancora più amara: i sopravvissuti sono ormai degli estranei a se stessi, incapaci di progettare un futuro, svuotati di desideri e aspettative. Remarque mette in scena non solo la morte fisica, ma quella più silenziosa e inesorabile dell'identità e della speranza.
Il tema centrale del romanzo è dunque la perdita: non solo delle vite umane, ma dell'identità, del futuro, della capacità stessa di immaginare una vita al di là della guerra. Remarque non fa sconti a nessuno: né ai comandi militari, né ai civili patriottici rimasti a casa, né ai professori e ai padri che hanno mandato i figli a morire con le parole di onore e patria in bocca. La critica è tanto più efficace perché non è mai urlata: emerge dalla descrizione fredda e precisa di ciò che la guerra fa ai corpi e alle menti, dall'alternanza di momenti di cameratismo e di orrore, dalla voce di Paul che osserva e registra con una lucidità che sa di dissociazione.
La scrittura di Remarque è asciutta, diretta, quasi giornalistica, eppure capace di improvvisi slanci lirici che rendono ancora più straniante il contesto in cui appaiono. Non c'è retorica, non c'è celebrazione: ogni scena al fronte, ogni morte, ogni ritorno a casa è descritta con una sobrietà che risulta più devastante di qualsiasi enfasi. A quasi un secolo dalla pubblicazione, il romanzo non ha perso nulla della sua forza: anzi, letto oggi, in un'epoca in cui i conflitti armati tornano prepotentemente nell'attualità, *Niente di nuovo sul fronte occidentale* suona come un monito ancora più urgente. Non è un libro che intrattiene nel senso leggero del termine: è un libro che pesa, che rimane, che costringe a fare i conti con ciò che la guerra è davvero, al di là delle narrazioni eroiche. Una lettura necessaria.
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