L'obbligo scolastico va prolungato fino alla maturità. E forse anche oltre


L'obbligo scolastico in Italia termina a sedici anni. Nel 2026. In un paese in cui senza diploma trovare un lavoro dignitoso è quasi impossibile, in cui l'intelligenza artificiale sta ridisegnando interi settori produttivi. Sedici anni.

C'è qualcosa di strutturalmente illogico in questa scelta. Un ragazzo che smette di studiare a sedici anni non ha conseguito nessun titolo spendibile: ha la licenza media, che risale a tredici anni, e poi due anni di scuola superiore che non certificano nulla. Lo Stato ha investito su di lui settanta o ottantamila euro nel percorso che va dalla scuola materna a quel punto, e lo lascia andare con in mano un documento che non vale niente sul mercato del lavoro. Come se tutto ciò avesse senso, senza farsi e farci domande. È un investimento collettivo che si interrompe prima di produrre qualsiasi risultato misurabile.

Si dirà: è una questione di libertà. Le famiglie devono poter scegliere il percorso dei propri figli; lo studente deve poter scegliere se rimanere o no a scuola.

Gli argomenti non reggono, intanto perché un sedicenne non è un adulto, e da un punto di vista neurologico sappiamo pure che non lo diventerà se non dopo altri sei-otto anni. Ma il punto più rilevante è un altro: la scuola pubblica è finanziata collettivamente, e risponde a un mandato sociale che trascende la volontà del singolo nucleo familiare. I ragazzi non appartengono alle famiglie. La collettività ha un interesse legittimo a che i futuri cittadini raggiungano un livello di formazione sufficiente a renderli autonomi, mobili socialmente, non interamente dipendenti dal contesto di provenienza. C'è un Intelligenza collettiva che trascende la volontà familiare. Invocare la libertà familiare quando è lo Stato a sostenere il costo dell'istruzione è, sul piano logico, una contraddizione. Anche perché la scelta di fissare la fine dell'obbligo a sedici anni, dopo progressivi innalzamenti che risalgono fino alla fondazione della scuola pubblica nel 1859, nasce storicamente da un compromesso al ribasso: garantire al mercato del lavoro un accesso continuato a manodopera giovane, poco qualificata e sottopagabile. Abbiamo nel corso di due secoli strappato anni allo sfruttamento dei bambini e degli adolescenti, senza mai essere del tutto consequenziali. L'uscita dal sistema della formazione a 16 anni non è una scelta a favore della libertà individuale; è una scelta a favore di interessi economici specifici, che non sono quelli del sedicenne.

C'è poi il problema della disuguaglianza, che è il più rilevante sul piano delle politiche pubbliche. La dispersione scolastica, l'uscita dal sistema prima del conseguimento del diploma, non è distribuita in modo casuale: colpisce, guarda caso, sistematicamente i ragazzi provenienti da famiglie a basso reddito, con scarsa istruzione, con background migratorio. La nostra scuola si fonda tutta su questo criterio: l'orientamento in uscita dalla secondaria di primo grado pare fondato sul merito, nella realtà è fondato sulle diseguaglianze socioculturali e di reddito: se hai almeno un genitore laureato più probabilmente sceglierai un liceo e conseguirai una laurea; se hai pochi libri a casa sceglierai un percorso professionalizzante e probabilmente non concludersi gli atudi. Su questo non servono proiezioni teoriche: basta guardare cosa è già successo con la riforma degli istituti professionali del 2017, che costituisce il precedente diretto e trascurato di tutto il dibattito attuale. Quella riforma ha ridotto le ore di materie generali, aumentato il monte ore di alternanza scuola-lavoro, differenziato persino la forma dell'esame di maturità. Il risultato è stato esattamente quello prevedibile: un canale formativo separato, frequentato prevalentemente da ragazzi di ceto medio-basso e con background migratorio, sempre meno permeabile rispetto ai licei e sempre più orientato a produrre manodopera specializzata di bassa e media qualifica. L'obbligo che si ferma a sedici anni consolida questa traiettoria invece di contrastarla.

Certo, prolungare l'obbligo senza riformare la scuola sarebbe controproducente. Non si può tenere dentro un sistema rigido ragazzi con difficoltà, con bisogni educativi speciali, con situazioni familiari complesse, senza che quel sistema si adatti. L'obbligo prolungato è una sfida per le istituzioni prima ancora che per gli studenti. Il rischio concreto, senza una riforma parallela dell'offerta didattica, è che si produca più dispersione implicita — ragazzi presenti fisicamente ma svogliati — invece di meno.

Ma c'è dell'altro: il diploma a diciannove anni è davvero sufficiente? La risposta onesta, la risposta che tutti conosciamo ma che non vogliamo sentire, intenti come siamo a programmare i nostri prossimi sessant'anni sulla base di quello che servirà alle aziende nei prossimi cinque, è probabilmente no. Non si tratta solo di competenze tecniche, che cambiano comunque più velocemente di qualsiasi piano di studi. Si tratta di formare persone capaci di orientarsi in contesti incerti, di reimparare continuamente, di leggere criticamente la realtà. Abbiamo bisogno di recuperare la lentezza in un'epoca che corre, ma corre verso il precipizio. Un sesto anno di scuola superiore, un percorso più ragionato lungo tutta la scuola secondaria, strutturato in modo radicalmente diverso rispetto agli attuali cinque — più laboratoriale anche negli studi disciplinari, più orientato alla cittadinanza attiva, alle scelte consapevoli, alla comprensione del mondo, anche del mondo del lavoro e delle istituzioni — non sarebbe uno spreco. Sarebbe il riconoscimento che formare un adulto completo richiede tempo, e che quel tempo la scuola italiana non se lo è mai davvero preso. Sarebbe il riconoscimento della funzione civile e sociale della scuola, che non è ancella degli interessi momentanei di questo o quel settore lavorativo.

In sintesi: l'obbligo va esteso fino al diploma perché l'uscita a sedici anni è priva di senso sul piano dei titoli di studio, rappresenta uno spreco di investimento pubblico e consolida le disuguaglianze di partenza. Ma fermarsi al diploma rischia di essere ancora insufficiente. Un sistema che intende formare cittadini capaci di stare nel mondo che verrà dovrebbe avere il coraggio di ragionare su sei anni di scuola superiore invece di cinque: non per allungare il percorso fine a se stesso, ma perché il tempo necessario a fare le cose per bene è sempre stato più di quello che ci siamo concessi.

Post elaborato e corretto con Claude.

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