Stella Maris, Cormac McCarthy

Stella Maris, pubblicato nel 2022, è il secondo volume del dittico con cui Cormac McCarthy è tornato alla narrativa dopo quindici anni di silenzio. Formalmente è il prequel di Il passeggero, ma ha senso leggerlo solo dopo il primo romanzo: chi inverte l'ordine si trova davanti a un testo che non ha ancora gli strumenti per decodificare.

Il romanzo racconta il ricovero volontario di Alicia Western, sorella del protagonista del primo romanzo Bobby, in una struttura psichiatrica nel Wisconsin nel 1972. Alicia è una matematica di ventidue anni ed è afflitta da allucinazioni che tornano nella discussione del romanzo con la stessa presenza opprimente con cui i corpi scompaiono in quello precedente. Il libro è costruito interamente come una serie di dialoghi tra Alicia e il suo psichiatra: non c'è narrazione in terza persona, non ci sono descrizioni di ambienti, non c'è la prosa di McCarthy che aveva reso La strada.

Questa scelta strutturale è la differenza più evidente rispetto a Il passeggero. Là McCarthy costruisce un romanzo polifonico, in cui la storia di Bobby Western si intreccia con digressioni e monologhi, e in cui la prosa raggiunge vertici stilistici di rara intensità. Si pensi al modo in cui il mare e i relitti sott'acqua diventano metafore dell'interiorità del protagonista, o alle pagine in cui la perdita della sorella e la colpa della costruzione della bomba nucleare del padre — fisico impegnato nel progetto Manhattan — si sedimentano in Bobby come una malattia ereditaria dell'anima. In quei passaggi McCarthy scrive da par suo: periodi lunghi e sinuosi che si chiudono su immagini folgoranti, dove il nichilismo non è mai decorativo ma sempre incarnato.

In Stella Maris quella prosa non c'è. La struttura dialogica, scelta per rendere sulla pagina la mente matematica e algida di Alicia, finisce per anestetizzare la scrittura. I dialoghi sono intelligenti — Alicia discute di matematica, di coscienza, di Gödel, di Cantor — ma raramente toccano la dimensione che ci si aspetterebbe dall'autore. Il problema non è la difficoltà dei contenuti, ma la loro natura squisitamente solipsistica. In Il passeggero la crisi di Bobby Western riverbera verso l'esterno: diventa il simbolo di una generazione cresciuta all'ombra della bomba atomica, di un'America che ha costruito il proprio benessere su una colpa originale. In Stella Maris Alicia è invece prigioniera di se stessa in modo definitivo, e la sua intelligenza superiore non apre il romanzo al mondo, lo chiude su un nucleo di dolore che fatica a comunicarsi al lettore.

Il passeggero non è un'opera perfetta, ha le sue ridondanze, ma è un romanzo che porta avanti qualcosa di urgente sulla condizione umana contemporanea. Stella Maris è invece necessario solo come chiusura di un cerchio aperto dal primo volume: letto da solo lascia la sensazione di un'appendice elaborata con cura ma priva dell'energia che aveva acceso l'opera precedente.

Una lettura che vale la pena fare, soprattutto per chi ha amato Il passeggero. Ma è difficile non chiudere il libro con la sensazione che McCarthy si sia accontentato di qualcosa di meno.

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