Considerazioni attuali su A che serve Hegel in quinta: la nuova maturità è il trionfo dell’utilitarismo, di Christian Raimo
C'è poco da aggiungere rispetto a quanto scritto da Raimo su Domani nel suo articolo A che serve Hegel in quinta: la nuova maturità è il trionfo dell’utilitarismo. L'esame, così come immaginato dal ministero Valditara, riporta indietro la scuola di 50 anni. Questi cambiamenti non valuteranno l'acquisizione di competenze, alimenteranno l'idea di un sapere settoriale, spingeranno gli studenti e i docenti a una forma di didattica performativa che, gioco forza, a un certo punto lascerà da parte le discipline non coinvolte nelle prove scritte e nell'orale; in ultimo, la scelta di punire gli studenti che faranno scena muta all'orale con la bocciatura ha l'unica funzione di sanzionare ogni possibile forma di dissenso rispetto alle politiche ministeriali, tra l'altro mettendo i docenti in una condizione paradossale: dato che la norma prevede la bocciatura per chi "sceglie" il silenzio all'orale, come faranno i docenti a discriminare tra chi non proferisce verbo malgrado potrebbe farlo, e chi, malauguratamente, non dirà parola all'orale perché impreparato o per i mille motivi per cui questa cosa concretamente può accadere durante la prova, m nondimeno nelle due prove precedenti si è già guadagnato l'agognato sessanta?
Diciamoci la verità: questo esame è una ritirata dalla pedagogia, dalla didattica, dalla volontà di tentare una prova che sia realmente discriminante ma al contempo fondata su criteri validi. Costituisce una scelta deprimente. Costituisce un fallimento. Ma non lo fa da solo.
Trovo questo esame, ma in generale tutta la politica ministeriale, particolarmente svilente. E trovo svilente che il fondamento di questa politica sia un compromesso tacitamente accettato da tanti colleghi: visto che questo ministero sta finalmente rinnovando i contratti, c'è poco da lamentarsi su quanto viene fatto riguardo alla didattica; anzi, sono in molti a pensare che finalmente è arrivato il momento di dichiarare guerra alla pedagogia, questa scienza che non è altro che fuffa, come se i saperi delle altre scienze sociali, delle scienze umane e persino delle scienze dure si fondassero invece su presupposti invece inattaccabili. Non si capisce che, quando a scuola si attacca la pedagogia (che poi al suo interno è un corpo vivo e che si dibatte, non un'unica visione) si attacca l'idea stessa che il sapere trasmesso a scuola debba fondarsi su un metodo. E infatti sono tanti i colleghi che vedono la trasmissione del sapere come un'arte, un'attività artigianale, o semplicemente non si pongono il problema di quel che fanno. Si è sempre fatto così.
Questa maturità rientra in un progetto più ampio, che passa per le indicazioni nazionali e si struttura nei percorsi quadriennali dei professionali. È una visione strutturale e svilente, performativa, per cui il sapere serve per superare la prova o per trovare rapidamente un qualsiasi lavoro, perché a formare le persone bastano le famiglie e l'ideologia del buonsenso (o, in altri termini, dell'"abbiamo sempre fatto così").
L'operato di questo ministero è stato sin dal primo giorno subordinato a una visione aziendalistica e ideologica, acritica, conservativa. Una visione che dovrebbe preoccupare tutti, da destra a sinistra.
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