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Cuore cavo, Viola Di Grado

Foto: foggiacittaaperta.it

È davvero difficile recensire un romanzo come Cuore cavo di Viola Di Grado. Si potrebbe lodare la bravura tecnica della scrittrice, davvero dotata di una notevole padronanza della lingua, anche quando si spinge verso settori apparentemente poco appetibili per il pubblico, come quelli dei linguaggi settoriali; oppure si potrebbe criticare l'apparente presunzione della scrittrice, che in certi momenti sembra voler strafare, pretendere troppo da se stessa e dal lettore, costretto a rincorrere la protagonista nei suoi lunghi monologhi; si potrebbe apprezzare l'intelligenza con cui l'autrice sfrutta un genere mainstream, l'horror dei non morti, dei fantasmi, finanche accennando alla moda degli zombie, senza tuttavia scadere nella pura e semplice volontà di generare paura o terrore; si potrebbe ugualmente criticare l'inesperienza di alcune trovate o la debolezza della trama, dal colpo di scena finale alla contraddizione di fantasmi che, di volta in volta, si dice possano e poi non possano interagire con la realtà dei vivi. Cuore cavo è tante cose insomma: un romanzo di un'autrice ancora molto giovane ma già sicuramente esperta della letteratura, sia di quella più alta che di quella più modaiola. Un'autrice che, forse a sua insaputa, riesce a resuscitare dei modi di scrivere, il pulp e l'orrore, che in Italia non hanno avuto mai una vera e propria tradizione, se non con i cosiddetti Cannibali. Proprio di questa libertà si avvale Viola Di Grado, che tuttavia fallisce nella costruzione di una trama corposa (e forse, in ossequio alla migliore letteratura postmoderna, neanche la vuole una trama). In ogni caso si tratta di un romanzo a cui vale la pena di dare una chance, senza pretendere di aver trovato un capolavoro, ma con la consapevolezza di star leggendo l'opera di qualcuno che, almeno, sa scrivere bene.

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