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Il Giulio Cesare di Luciano Canfora

Foto: Wikipedia


Leggere e ascoltare Luciano Canfora che racconta Giulio Cesare è, in primis, un piacere, o almeno lo è per un classicista. Tuttavia, come sempre accade con gli scritti di Canfora, le parole del professore non possono non suscitare polemica e dibattito. C'è da riconoscere a Canfora una padronanza delle fonti fuori dal comune, sicché si apre al lettore, o all'ascoltatore di un famoso podcast Rai, uno spiraglio inatteso sulle diverse ricezioni che l'opera cesariana ha ricevuto nel corso dei secoli. Il Giulio Cesare di Canfora è innanzi tutto abile politico, solo successivamente grande generale; tuttavia, se tradizionalmente le figure di Cesare e del figlio adottivo Ottaviano vengono proposte in maniera quasi complementare (militare l'uno, politico l'altro), nell'analisi che ne fa Canfora emerge come per Cesare (o come per tutti coloro che si mossero all'epoca delle Guerre Civili romane) il fatto militare fosse di per sé fatto politico. È per Cesare fatto politico tenersi in disparte dalla contesa politica finché a Roma sarà forte il partito dei sillani, è fatto politico lanciarsi nella tenzone quando Pompeo e Crasso compiranno quella manovra spericolata che, con il 70 a. C., li porterò da eredi di Silla a propugnatori delle politiche dei populares. Cesare così avrà l'occasione di attraversare tutto il cursus honorum, di sfruttare i mal di pancia della plebe urbana, non senza rischi, come la vicinanza a Catilina o, in seguito, a figure borderline come Clodio. Il Triumvirato, in quest'ottica, sarà forse il vero capolavoro di Cesare: un accordo con cui apparentemente egli si sottometteva alle istanze di Pompeo e Crasso, ma che in realtà garantiva a Cesare l'unica cosa di cui egli avesse bisogno per giungere davvero al potere, ovvero un esercito. Per fare ciò, con la spregiudicatezza che lo contraddistinse, Cesare non lesina illegalità e, in Gallia, di arrivare a quello che oggi definiremmo il sistematico genocidio di una popolazione, quella celtica.
A questo punto emerge il Cesare esperto di propaganda: la comunicazione dell'inizio dello scontro con il Senato e con Pompeo è magistrale e condita di astuzie e falsi, come per esempio quello sull'incontro con Marco Antonio, fuggito da Roma dopo la fatidica seduta del Senato che proclamò Cesare nemico pubblico; emerge così come nei suoi commentari Cesare racconti l'incontro avvenuto a Ravenna, mentre tutte le altre fonti lo pongono a Rimini, ben oltre il Rubicone, limite ultimo delle terre in cui al futuro dittatore era in teoria concesso di portare le sue truppe.
Si continua poi con la vittoria contro Pompeo, la mediocrità dell'opposizione senatoria, l'emergere della figura di Catone, i rischi corsi in Egitto.
L'ultimo capitolo della vita di Cesare è quello dei pochi mesi trascorsi a Roma prima della morte, in attesa di una nuova spedizione verso Oriente. Scopriamo così la vicinanza tra i congiurati e Marco Antonio, l'astuzia di Cassio e l'ideologia di Bruto, figlio di Cesare e nipote di Catone.
La figura di Cesare è quindi sfaccettata, ricca, colta, astuta, all'occorrenza violenta, una figura che Canfora analizza, mettendone in luce pregi e difetti politici e, soprattutto, la capacità di avere una visione politica, ben oltre le piccole beghe e i desideri di potere della classe senatoria romana.

Luciano Canfora, Giulio Cesare - il dittatore democratico, Laterza, 1999
Alle otto della sera, Luciano Canfora, podcast su Giulio Cesare


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