Passa ai contenuti principali

Lettera ai miei alunni


Buongiorno ragazzi,

ho deciso di scrivervi questa lettera, uno strumento per voi così vecchio, perché spero, magari sbagliando, che attraverso un testo scritto saprò dirvi cose che altrimenti non sono stato in grado di trasmettervi. Certo, magari è un'illusione, magari non servirà a nulla. Eppure, se c'è una cosa che mi ha insegnato il mio mestiere, è che anche se si rischia il fallimento, è giusto provare.


Come sapete, con ogni probabilità io non sarò il vostro insegnante l'anno prossimo: certo, per gli alunni di quinta questo dovrebbe essere un dato scontato (DOVREBBE); non così per gli altri. Già vi immagino, mentre leggete queste parole, a gongolare. In fondo fate bene, perché gli insegnanti non sono degli amici: non ce li si sceglie, piombano dall'alto, pretendono di fare qualcosa di significativo (mentre magari non stanno facendo nulla) e poi spariscono come sono arrivati. Sono dei presuntuosi, questi insegnanti. Lo siamo tutti.


In questi giorni non ho potuto fare a meno di riprendervi più volte, anche aspramente. Ecco, quello che deve essere chiaro è che, se vi riprendo, non lo faccio per un insano gusto per il rimprovero (vabbè, forse un po' sì, ma come sapete, sono pazzi questi insegnanti), né ce l'ho con voi come persone. Sono gli studenti che mi fanno arrabbiare, non le persone, ed è dietro la maschera dello studente che devo inseguire la persona. Potrei non perdere la mia voce e delle ore a studiare strategie per cercare di coinvolgervi, ricercare attività che possano risultare attraenti. Potrei svolgere il compitino (ma il discorso non riguarda solo me, riguarda tanti fra di noi) , spiegare quattro cosette facendo finta di non vedere la vostra distrazione, i cellulari, il fastidio che si legge sui vostri volti quando vi si chiede di impegnarvi.


Certe volte si usano delle parole senza pesarle. Tante volte ho sentito da voi alunni venir pronunciata la parola rispetto. E' una parola bellissima, così piena di suoni, potente, evocativa, eppure quasi sempre corrisponde ad un'idea da film americano di serie b. Il rispetto è quello tra gang rivali di sobborghi e quartieri in cui non vivremo mai, il rispetto è quello che si devono padrini della mafia che parlerebbero in tutt'altra maniera, il rispetto è quello che si scambiano divi di Hollywood o del reality di turno. Una bella patina dorata su una parola che, così, non vuol dire nulla, lontana dalla vita reale.


Oggi mi avete fatto riflettere: mi avete detto che rispettate poco la scuola, la vostra aula, i vostri insegnanti perché sono, siamo inflazionati. Passate talmente tanto tempo con noi da non sapere più perché siamo lì. Voi siete lì perché costretti. Non è vero, avete scelto voi la vostra scuola, qualcuno di voi ha già adempiuto l'obbligo scolastico, potrebbe andare via quanvdo vuole. Se siete a scuola, dite chiaramente che non avviene perché qualcuno vi costringe, ma perché in fondo sapete che quella è una scusa. Certo, può darsi, il ragionamento, in termini economici, fila, può darsi davvero che la scuola sia inflazionata. Eppure c'è qualcosa che vi sfugge: quando sostenete che la scuola, il lavoro che si fa a scuola, sia di poco valore, sostenete che siete voi ad essere di poco valore. Mi avete detto che il magistrato che lavora nell'aula di tribunale gode di maggior stima dell'insegnante perché è più pagato, perché più importante, che per questo merita maggior rispetto. Ma a lavorare a scuola siete anche voi: quando dite che il lavoro a scuola è inflazionato, dite che voi siete inflazionati. Dite che voi non meritate rispetto, e sapete che non è così. Quando scegliete di considerare di poco valore il lavoro a scuola, e fate in modo che lo divenga, fate in modo che voi siate, per gli altri, di poco valore.


La scuola deve essere per voi un luogo di opportunità, ma deve essere chiaro per voi che le opportunità non sono dei frutti che si colgono semplicemente allungando le braccia; le opportunità sono la spiga di grano che si miete dopo un lungo e faticoso lavoro ed una paziente attesa, e sono il lavoro e l'attesa a dare valore a quella spiga. Voi siete quella spiga, e il valore di quella spiga sarà dato da quanto voi avrete tentato di rendervi speciali. Rousseau, come sapete, mi maledirebbe per questo esempio, allo stesso modo farebbe Marx. Ma io oggi vi dico che siete voi a creare il surplus che dà o no il valore al vostro avvenire.


La retorica dei film e dei social vi ha imbottito la testa di una bugia: che voi siete, tutti, in assoluto, speciali. Non fraintendetemi, lo siete, ciascuno a suo modo, perché esseri umani: ma se tutti fossimo speciali, nessuno lo sarebbe davvero. Voi siete speciali nella misura in cui lo potreste diventare, se solo credeste nel vostro valore. Lo sareste se capiste che, se Omero, Pericle, Ottaviano, Dante, Garibaldi, Cavour, Marx, Nietsche, Ford, Roosvelt, Jobs, Chomsky hanno scritto, detto, fatto qualcosa di importante, lo hanno fatto perché voi tentaste di coglierlo, di farlo vostro, di ripeterlo, di superarlo. La storia vi parla attraverso la scuola perché voi dimostriate di poter essere migliori di chi vi ha preceduto, e ogni giorno in cui fate finta di non saperlo, è un giorno sprecato della vostra vita. Potete accontentarvi di quello che siete, o potete scegliere di essere l'artigiano della vostra esistenza: una sola richiesta, abbiate il rispetto dovuto a chi ogni giorno si mette a vostra disposizione, e abbiate il coraggio di ammettere che, quando fallite, il fallimento non è solo dell'insegnante che non sa insegnare, non vi sa entusiasmare, non vi sa colpire. In classe siete quasi in trenta contro uno, se si fallisce, le responsabilità dovrebbero essere almeno equamente divise.


E non abbiate paura del fallimento: per saltare più in alto occorre prima scendere sempre più in basso con le ginocchia.


Diceva Wallace in Questa è l'acqua: "Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi che non hanno niente a che vedere col sesso, ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.". Potete scegliere l'inconsapevolezza o potete scegliere la libertà, ma dovete scegliere, non avrete scampo, e a chi vi sta intorno dovete l'onestà della vostra scelta. Perchè se questo mondo è stato un paradiso o un inferno non dipende da voi, non dipende da voi neanche se lo è oggi, ma lo dipenderà domani. E, con Calvino,: " L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo piú. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio."

Posta un commento

Post popolari in questo blog