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La sessualità nell'antichità

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La sessualità nell’antichità viene spesso considerata in maniera indistinta e, altrettanto spesso, si ha la presunzione di credere che sia stata la modernità a scoprire la libertà sessuale e a conoscere pratiche e differenze sessuali prima ignote. In realtà questo pregiudizio va sfatato, e del resto, se ci fermiamo già solo all’antichità classica, numerose fonti epigrafiche, opere letterarie e opere d’arte ci mostrano un mondo ben diverso rispetto a quello che comunemente pensiamo.

Va subito detto che la sessualità, nel mondo antico, ha a che fare con i rapporti gerarchici e le pratiche religiose in maniera molto più evidente e onesta che nella nostra società.

Per quanto riguarda la sessualità nella pratica religiosa, l’astinenza rituale esiste anche nell’antichità, si pensi ad esempio alle vestali romane, ma, cosa ignota in epoca moderna, esiste anche una prostituzione rituale che coinvolge talora tutte le donne di una comunità: capita per esempio che le donne di determinate comunità debbano, in genere in relazione al culto di Afrodite, avere almeno una volta nella vita rapporti sessuali con degli sconosciuti, anche da sposate. In questo caso il rapporto sessuale non viene considerato un tradimento o un atto di per sé deprecabile.

Una più stretta relazione fra attività sessuale, procreazione e religione sarà invece tipica del Cristianesimo. Va chiarito che sappiamo che comunemente nel mondo romano le donne sposate praticassero il sesso anale come forma di contraccezione, per evitare gravidanze indesiderate; in epoca cristiana invece il tasso di natalità durante il matrimonio salirà notevolmente, almeno fino all’epoca della Rivoluzione francese e all’Illuminismo, quando, in relazione alla diffusione delle idee illuministe nelle diverse comunità, vedremo abbassarsi il tasso di natalità durante il matrimonio e contemporaneamente alzarsi il tasso di donne che arrivano al matrimonio avendo già dei figli, sintomo di una visione della sessualità più libera.

Quando si parla dell’antichità si fa una certa confusione tra omosessuatà, pedofilia e pederastia. La pratica omosessuale era comune nel processo di formazione dei giovani, sia per quanto riguarda i fanciulli che per le fanciulle. Questa pratica era in genere legata ai rapporti gerarchici, era quindi comunemente avvertico come cosa normale che chi si trovasse in una posizione preminente potesse nutrire desideri sessuali, e che li realizzasse, nei confronti dei suoi sottoposti, qualsiasi fosse il loro sesso. Così nei tiasi come nelle eterie gli adulti a cui erano affidati dei minori potevano normalmente praticare attività sessuali con questi: va notato che, nel caso dei maschi, la pratica della penetrazione anale non era diffusa, mentre si preferiva l’eiaculazione tra le gambe del minore. Veniva invece avvertita come una perversione l’attività sessuale in cui l’adulto avesse ruolo passivo.

Lo stesso rapporto gerarchico si istituiva in realtà anche nei confronti delle donne adulte nell’ambito della famiglia e nei confronti degli schiavi. Per questo motivo l’uomo poteva liberamente fruire della propria donna e dei propri schiavi senza destare scandalo, per quanto in realtà il matrimonio venisse avvertito come qualcosa di funzionale alla procreazione, alla prosecuzione della famiglia, della gens o della tribù, mentre il piacere dell’attività sessuale veniva ricercato, appunto, nel rapporto con gli schiavi, con donne libere o nella prostituzione.

L’attività sessuale non aveva un luogo dedicato: certo, nell’ambito della famiglia c’era un certo pudore, ma sappiamo per esempio che un’abitudione molto diffusa a Roma era quella di praticare il sesso di fronte a degli spettatori, durante o a fine cena piuttosto che nella propria intimità di coppia.

Per quanto riguarda le attività sessuali che non prevedono penetrazione, esse erano conosciute e praticate, per quanto anche in questo caso si ritenesse lecito che l’uomo o la donna libera ricevessero queste pratiche o le praticassero sempre in relazione alle loro posizioni gerarchice. Le prostitute come i corrispettivi uomini praticavano queste attività a tariffe piuttosto basse, spesso facendosi vanto delle loro abilità.

Non esisteva censura nei confronti dell’omosessualità, avvertita come qualcosa di naturale. La censura nei confronti della pratica omosessuale si data alla tarda antichità, quando, con il Cristianesimo ormai religione di stato, le abitudini sessuali subiranno una vera e propria rivoluzione

Johm Younger, “Sexual Variations: Sexual Peculiarities Of The Ancient Greeks And Romans” A cultural history of sexuality in classical world, 56-86

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