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Sulla scuola l'Italia ha poche idee e confuse

Proprio oggi sentivo alla radio ( non chiedetemi l'emittente, stavo al bar) dire l'ennesima fesseria sulla scuola: in pratica si sosteneva che è vero che gli insegnanti italiani prendono stipendi più bassi dei colleghi europei, ma che al contempo ad ore gli insegnanti italiani sono i più pagati, perché in realtà lavorano poco. Il trucchetto contabile di cui il giornalista non proferiva parola in realtà è semplice, in Italia agli insegnanti viene riconosciuto solamente il lavoro in classe e non quello di preparazione/valutazione, per cui vengono pagati in maniera forfettaria. In questo modo lo stipendio medio base per le sole 18 ore di lezione frontale risulta di circa 35 Euro lordi l'ora. In realtà all'estero gli stipendi sono mediamente molto più alti, parliamo di oltre 3000 euro in Germania e oltre 2000 Euro in Francia, perché in questi casi ai docenti vengono riconosciute e contabilizzate non solo le ore di lezione frontale, ma anche il lavoro svolto a casa o a scuola di preparazione delle lezioni, correzione delle verifiche, aggiornamento e confronto nelle riunioni.

In realtà il punto però non è l'ennesima fesseria, ma che la società italiana, prima ancora della politica, non ha idea di cosa sia la scuola, come funzioni e soprattutto a cosa serva. E questo discorso vale anche per gli insegnanti.
Qui da noi si confrontano fondamentalmente poche visioni contrastanti e deleterie: una fondamentalmente di stampo conservatrice e umanista, che pensa ad una scuola elitaria e classista, che dovrebbe fare a meno, se possibile, di chi non ce la fa. Questa visione odia ogni possibile innovazione, si limita al "si stava meglio quando" senza più apportare alcun contributo utile alla scuola.
Poi c'è una visione aziendalista, che se potesse abolirebbe ogni materia di stampo umanista perché "inutile" nella ricerca del lavoro. Questa visione usa per la scuola termini come concorrenza, marketing, manager, associando la scuola ad un mondo che non le è proprio, convinta che l'unica funzione dell'istruzione sia acquisire l'esperienza necessaria per lavorare senza fare né troppi danni né troppe domande.
Un'altra visione pensa che indistintamente tutti debbano essere capaci di fare tutto, rischiando un gioco al ribasso di natura ideologica, sessantottina. A questa visione va però riconosciuto il merito di aver favorito l'inclusione dei ceti sociali più in difficoltà e delle disabilità. Va però detto che questa stessa visione ha portato a pensare alla scuola come al rifugio di coloro che non riuscivano a trovare altro scampo nella vita, ad una visione fin troppo materna del rapporto tra docente e discente, non per niente nella nostra scuola è difficilissimo trovare docenti uomini in certe discipline e, al contempo, far passare l'idea che l'insegnamento non è una missione ma una professione, con tutto ciò che ne consegue.
Che la professionalità del docente difficilmente venga riconosciuta ne sono prova diversi dati. Molti insegnanti svolgono al contempo altri lavori, magari portandosi avanti a scuola trascurando l'opportuna attenzione verso i loro alunni; molti genitori pensano di poter risolvere i problemi dei loro figli rivolgendosi a laureati o laureandi non specializzati, come se per insegnare non ci volessero competenze ben precise; lo stesso stato italiano come detto non retribuisce adeguatamente i suoi docenti o pensa di poter far loro acquisire le opportune competenze tramite la semplice esperienza diretta di tirocini, come se lo studio della pedagogia, della docimologia, di rudimenti di psicologia e di informatica sia uno sfizio e non qualcosa di assolutamente necessario. La stessa formazione pedagogica dei docenti è rinviata ad una riforma dell'università ancora ben lungi dall'essere applicata.
Ma i docenti stessi, piuttosto che veder riconosciuta la loro professionalità, preferiscono un nulla di fatto, che tutto rimanga in un tanto meglio tanto peggio, piuttosto che prevedere il riconoscimento delle effettive professionalità, una riforma della formazione e dell'aggiornamento, una selezione seria che sancisca che non tutti indiscriminatamente possono insegnare. Meglio un sistema a graduatorie, che prevede come unica forma di premialità e selezione quello dell'anzianità.

Uno stato e una società che non hanno realmente idea di cosa vogliano dalla scuola e cosa pensano sia scuola, un rifugio per chi spesso non è riuscito in altri settori o vuole un mestiere che, con gli opportuni accorgimenti e con il menefreghismo che spesso ci contraddistingue, possa lasciare tempo per altre attività, in cambio del non riconoscimento delle professionalità, anche di chi invece nella scuola vive e lavora seriamente. Un sistema che premia e ha premiato non i migliori, sia fra i docenti che fra i discenti, né ha realmente creato un sistema d'inclusione che livelli le differenze fra le classi sociali, un sistema che scoraggia e viene avvertito inutile, perché non forma senso critico e capacità di adattamento ma al massimo ammaestra a professioni a bassa specializzazione.
La nostra scuola è il fallimento non delle politiche di destra o sinistra, ma il fallimento di un sistema paese.

Foto: The Simpsons

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