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L'ordine nel disordine, riflessioni sul Postmoderno e la necessità di superarlo

Marco (Polo) entra in una citta’; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell’uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell’uomo in quella piazza. Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui e’ escluso; non puo’ fermarsi; deve proseguire fino a un’altra citta’ dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora e’ il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.

Se ti dico che la citta’ cui tende il mio viaggio e’ discontinua nello spazio e nel tempo, ora piu’ rada ora piu’ densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla.

L'inferno dei viventi non qualcosa che sara’; se ce n'e’ uno e’ quello che e’ gia’ qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.

Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo piu’.

Il secondo e’ rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non e’ inferno e farlo

durare e dargli spazio.

Italo Calvino da: Le citta’ invisibili (1972)

Prendendo spunto da un articolo comparso su Is Pearson Magazine, Humanitas e humanitates, allargando il campo di riflessione, mi vengono in mente alcune considerazioni.

Come giustamente detto nell'articolo, la corrente culturale dominante negli ultimi quarant'anni, prescindendo dai suoi indubbi meriti, ha anche portato con sé una serie di danni collaterali non indifferente. Destrutturando dalla radice, eradicandoli quasi, alcuni dei valori fondanti la cultura occidentale, il Postmodernismo ha messo in crisi le nostre stesse strutture sociali, economiche, politiche nonché etiche. Intendiamoci: la messa in discussione dei valori tradizionali e perfino della conoscibilità della realtà ha portato anche enormi progressi. Lo sviluppo tecnologico, la liberalizzazione dei costumi sociali, la distruzione degli schemi mentali dogmatici e arcaici, sono tutti progressi che, eccezione fatta per gli ortodossi conservatori, in pochi possono davvero mettere in discussione.

Ma sappiamo bene come il processo di relativizzazione e di allontanamento da un'etica condivisa a favore del liberalismo e dell'individualismo portati agli estremi hanno portato anche alla crisi politica e "morale" (per quanto si possa oggi parlare di una morale pensando ad una morale oggettiva) che viviamo quotidianamente. Di fatto il pensiero debole, negando la possibilità stessa della nascita di nuove ideologie e di un'etica conseguente, pone in essere lo sfascio della nostra struttura sociale così come si è organizzata negli ultimi secoli.

Senza peraltro lasciar trasparire una nuova prospettiva. In questo senso il Postmodernismo non è stato altro che la sistematizzazione sociale del nichilismo di Nietzsche.

Vediamo il costituirsi di una nuova società apolide perché lontana da ogni appartenenza ad un territorio (e successivi rigurgiti localistici delle formazioni di destra), apolitica, priva di ideologie, ma anche astorica e amorale.

Al riguardo trovo finora maldestri i tentativi del New Realism di trovare un nuovo bandolo della matassa. Ancorarsi al "fatto", ritenendolo comunque dato incontrovertibile, significa semplicemente bypassare le conclusioni filosofiche degli ultimi decenni, senza confrontarsi con esse, senza avere il coraggio o la forza teorica di superarle.

Abbiamo bisogno di superare il Postmodernismo, abbiamo bisogno di una nuova cultura che, nell'irrazionalità abbia la forza e il coraggio di trovare un suo senso.

Nell'inferno dei viventi di Calvino l'ordine è un ordine del tutto umano, convenzionale se vogliamo, ma è l'ordine che dovremo trovarsi per poter vivere.

Dovremo recuperare la capacità di destare lo scandalo sociale, perché è forse, e molto semplicemente e umanamente, meglio vivere in un mondo dove desta sdegno l'immoralità del singolo, che però porterà alla riflessione e al superamento dei legacci e dei tabù, piuttosto che vivere in un mondo dell'amoralità dei molti, per sua stessa natura statico e asfittico.

Dovremo creare nuovamente la capacità di creare il dubbio, non il fugace sguardo su un tweet di 140 caratteri, l'interesse passeggero di chi, concentrato sulla propria individualità non si pone più il problema del prima e del dopo e del fuori il suo piccolo cerchio. Dovremo creare nuovamente il dubbio metodico così come lo stesso Nietzsche lo pensava, ben prima che il suo nichilismo annullasse le altre ideologie, divenendo esso stesso ideologia.

È la sfida del nuovo millennio, superare il lascito, l'ultimo, del secolo breve che, forse, così breve non è stato se, ancora oggi, viviamo delle sue idee.

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