Considerazioni a margine di un anno da formatore sull'IA a scuola
Durante quest'anno scolastico ho tenuto e sto tenendo tre corsi di formazione sull'uso dell'IA a scuola, oltre a due webinar per l'AICC. Quelle che seguono sono delle considerazioni che vengono fuori da diverse letture e dalla riflessione sulle richieste e le domande che mi sono state poste durante questa esperienza da formatore.
Occorre non avere a prescindere paura dell'IA, ma trattarla come lo strumento che è, senza darle una veste antropomorfa ma conoscendone le caratteristiche. Ecco che allora sembrano utili categorizzazioni dell'atto cognitivo prodotto con l'IA e tramite l'IA, definito come atto cognitivo midtended, a metà tra l'atto cognitivo intenzionale (quello frutto della pura riflessione del cervello, per tagliarla semplice) e l'atto cognitivo esteso che si realizza tramite il nostro corpo o strumenti che adoperiamo. L'IA è uno strumento, ma è uno strumento che appare dialogare con noi, come negli atti cognitivi sociali, ma il suo dialogo è a sua volta frutto di una programmazione e di un addestramento pensati alla realizzazione dello strumento. Come sostiene Floridi, che propone per l'IA la definizione di Agenzia Artificiale, questa tecnologia manca di coscienza e degli stati mentali propri dell'intelligenza umana, con cui quindi è sbagliato confrontarla.
Nel discutere di IA nell'educazione, almeno per il momento mi pare che la posizione più lucida sia quella espressa da Trinchero che parla di tre paradigmi, tra i quali solo gli ultimi due realmente interessanti da un punto di vista pedagogico e didattico. Trinchero parla di un uso dell'IA come fonte, acritico e quindi pericoloso perché soggetto a bias, allineamento e allucinazioni dell'agente artificiale; il secondo paradigma, costoso dal punto di vista del docente ma funzionale dal punto di vista dello studente, è quello dell'IA addestrata da chi predispone l'attività didattica, che diventa guida e tutor degli studenti attraverso il dialogo. Se questo modello risulta funzionale, appare però rischioso nel confermare gli studenti nella visione di una IA come fonte oracolare e affidabile. Il terzo paradigma è quello più sfidante: vede gli studenti che apprendono assieme ad un'IA che apprende con loro. Agli studenti il compito di validare quanto detto dall'IA, metterla in crisi, verificarne le fonti, correggerla ed evidenziarne bias e limiti. Il terzo paradigma, quello critico, è quello che appare potenzialmente più interessante e fondato, utile alla didattica e allo sviluppo cognitivo dei nostri alunni.
L'IA a scuola si può introdurre per fare tante cose: velocizzare processi burocratici o ripetitivi, alleggerire il carico di lavoro dei docenti e del personale scolastico in genere, infine, ma forse soprattutto, per un uso metacognitivo, riflessivo e critico in aula con gli studenti. Puntare, nella formazione con i docenti, solo sui primi due usi vuol dire stabilire che, anche questa volta, la scuola italiana dovrà rimanere al palo sull'educazione dei discenti per occuparsi solo dei prof.
Barandiaran, X.E., Pérez-Verdugo, M. Generative midtended cognition and Artificial Intelligence: thinging with thinging things. Synthese 205, 137 (2025). https://doi.org/10.1007/s11229-025-04961-4
Floridi, L. (2023). AI as Agency Without Intelligence: on ChatGPT, Large Language Models, and Other Generative Models. Philosophy and Technology, 36(1). https://doi.org/10.1007/S13347-023-00621-Y
Trinchero, R. (2025). Usi intelligenti dell’intelligenza artificiale. Il man-with-the-machine learning. Journal of Educational, Cultural and Psychological Studies (ECPS Journal), 30. https://doi.org/10.7358/ecps-2024-030-trir
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