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Serracchiani, Fermo, le ONG, i valori, la traslazione della colpa e la deumanizzazione

Nella passata settimana sono accaduti una serie di fatti che mi hanno spinto, sulla mia pagina Facebook, a pubblicare un post abbastanza chiaro



Tuttavia credo di dover spendere qualche parola in più sui fatti di cui si dice qualcosa nel post riportato sopra.
Per chi ha seguito le cronache, l'ultimo mese, ed in particolare la passata settimana hanno coinciso con un crescere spasmodico della messa in stato di accusa del fenomeno migratorio (e dei suoi presunti fiancheggiatori).
Andando in ordine, siamo partiti dalle dichiarazioni pubbliche del procuratore di Catania Zuccaro, che lamentava come l'intervento delle ONG nelle acque del Canale di Sicilia porti ad accrescere la difficoltà del catturare gli scafisti che guidano i barconi salpati dalla Libia verso le coste siciliane. Alle parole di Zuccaro sono seguite varie prese di posizione, la difesa delle ONG da parte di una parte del governo e contemporaneamente il ribadire delle accuse dal resto, nonché dalle varie forze politiche pronte a cavalcare l'onda della notizia. In ultimo le ONG hanno unitariamente  dichiarato lo sdegno per le accuse mosse (compresa quella di complicità con gli scafisti) e ribadito come, senza il loro apporto, il numero di morti nel Mediterraneo sarebbe nettamente più alto, morti causate anche dal disinteresse manifesto da parte dell'Europa, Italia compresa, attraverso l'istituto di Frontex, per le sorti delle navi che partano dalla Libia. Le successive audizioni di Zuccaro e di altri procuratori in Parlamento, nonché la commissione parlamentare riunitasi. hanno chiarito come ad oggi non esista alcun rapporto dell'intelligence che leghi ONG e scafisti e come, se esistono, i casi di corruzione e collusione riguardano singoli, non le ONG in quanto tali. Fatto sta però che questo prorompere di notizie contro le ONG hanno fatto abbassare di molto il tasso di gradimento per l'operato delle stesse presso l'opinione pubblica, e così, chiaramente, chi opera per la salvezza dei migranti viene sempre più osteggiato.

Passano pochi giorni e giunge una nuova tegola, se possibile ancora più preoccupante.



Le parole della Governatrice Serracchiani risultano gravi, tanto da essere censurate anche da alcuni esponenti del suo partito. Nondimeno la governatrice ribadirà il concetto, pur circostanziando molto meglio il suo pensiero.



In che cosa sono gravi queste parole? Intanto, nella prima dichiarazione, avviene una traslazione dell'ordine d'importanza dei fatti: sparisce la vittima, l'individuo che ha materialmente subito la violenza (una donna, ci torneremo), e compare la collettività (non si capisce bene perché). Inoltre, pur scindendo il diritto dalla morale, la prima dichiarazione sostiene chiaramente come il delitto compiuto dal richiedente asilo sia più grave (moralmente) di quello compiuto dall'indigeno, perché, si dice, viene rotto il patto di fiducia alla base dell'accoglienza. Sostanzialmente il concetto ricompare nella seconda dichiarazione, e per fortuna ricompare anche la vittima. Come si diceva però, qui gli spostamenti di significato e logici sono diversi. Intanto, come già detto, per far comparire la collettività la Serracchiani deve per forza sminuire il ruolo della vera vittima, e così facendo, in un reato particolarmente aberrante come lo stupro, paradossalmente (ma non per l'Italia) a sparire è la donna che subisce lo stupro. Questo tipo di traslazione nei rapporti d'importanza tra i fatti è quella che spiega, a livello del funzionamento del pensiero razionale e irrazionale, come mai sia tanto comune in Italia commettere reati contro le donne, in fin dei conti un dettaglio nella catena degli eventi. Secondo problema: si parla di un rapporto di fiducia che lega accogliente e accolto. Peccato che questo rapporto non esista, e non perché non lo si voglia, ma perché non c'entra proprio nulla con l'istituto della richiesta d'asilo Occorre qui ricordare che l'Italia accoglie profughi e richiedenti asilo non per graziosa concessione, ma perché, proprio in nome dei valori dell'Occidente, riconosce il diritto di protezione a chiunque nel proprio paese non possa vivere nella tutela dei fondamentali diritti umani che avrebbe riconosciuti in Italia in quanto uomo. Insomma, si tratta di riconoscere che la vita umana ha una dignità sempre e comunque, non fare un favore ad un povero disgraziato. In più, come già detto in un altro articolo, questo tipo di approccio all'integrazione sposta tutto il carico di questo processo sull'anello più debole, ovvero proprio il profugo o il richiedente asilo.

Proprio questo spostamento del carico dell'integrazione è quanto è parso sostenere la Cassazione con una recente pronuncia, la 24084 depositata il 15 maggio. Della pronuncia si estrae il passaggio fondamentale
In una società multietnica, la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l'identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l'integrazione non impone l'abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell'art. 2 Cost. che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante. È quindi essenziale l'obbligo per l'immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all'ordinamento giuridico che la disciplina. La decisione di stabilirsi in una società in cui è noto, e si ha consapevolezza, che i valori di riferimento sono diversi da quella di provenienza ne impone il rispetto e non è tollerabile che l'attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante. La società multietnica è una necessità, ma non può portare alla formazione di arcipelaghi culturali configgenti, a seconda delle etnie che la compongono, ostandovi l'unicità del tessuto culturale e giuridico del nostro paese che individua la sicurezza pubblica come un bene da tutelare e, a tal fine, pone il divieto del porto di armi e di oggetti atti ad offendere. 2.4. Nessun ostacolo viene in tal modo posto alla libertà di religione, al libero esercizio del culto e all'osservanza dei riti che non si rivelino contrari al buon costume. Proprio la libertà religiosa, garantita dall'articolo 19 invocato, iincontra dei limiti, stabiliti dalla legislazione in vista della tutela di altre esigenze, tra cui quelle della pacifica convivenza e della sicurezza, compendiate nella formula dell' "ordine pubblico".

A leggerla tutta la sentenza risulta logica e condivisibile: si sostiene che, fatta salva la libertà di culto e la libertà di mantenere i propri usi e costumi secondo i principi del pluralismo salvaguardati dalla Costituzione, ogni individuo che consapevolmente vive nel territorio della Repubblica dovrà uniformarsi alle sue leggi per quanto riguarda i dettami inerenti alla sicurezza e all'ordine pubblico.
Non sfugge tuttavia l'uso della parola valori, che ha ovviamente portato diversi giornali e commentatori a rivoltare la frittata. Prendiamo per esempio il titolo di Repubblica:

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Insomma, anche questa volta si apre la caccia al migrante. Caccia al migrante che, sebbene condannabile, risulta comprensibile quando questi è colpevole di un reato. Caccia che diventa aberrante quando il migrante è la vittima.

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Il caso di cui compiutamente parla (solo) Lettera43 aveva all'epoca destato un certo scandalo: due rifugiati scappati da Boko haram, insultati e aggrediti da un ultrà di estrema destra, fino alla morte dell'uomo di colore, Emmanuel, a causa di un pugno sferrato dall'italiano. Ne seguì la mobilitazione della cittadinanza pronta a scagionare il concittadino a cui ora, libero per buona condotta dopo il patteggiamento della pena e dopo che la donna sopravvissuta, vittima dei suoi insulti razziali ha dovuto lasciare la città per il clima di malcelata sopportazione nei suoi confronti, concittadino a cui ora spetterebbe pure una sorta di risarcimento morale (se non pecuniario). È anche questa volta evidente come anche in questo caso, per una serie di traslati epistemologici, la vittima sia sparita ed il carnefice sia divenuto vittima, traslazione che può avvenire solamente perché (anche in questo caso donna e per di più nera), appartenente ad un sotto gruppo sociale a cui la nostra cultura dà, tutto sommato, scarso valore e a cui di conseguenza tributa nessun rispetto.

Ultima notizia, ciliegina sulla torta, la scoperta di come le cosche mafiose gestissero il CARA di Isola Capo Rizzuto e di come, anche questa volta, la colpa ricada sui migranti.

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I precedenti storici rispetto a quanto sta avvenendo sono noti, negli studi storici e sociali il fenomeno della deumanizzazione è ormai ampiamente conosciuto, eppure risulta impressionante come questa serie di eventi ne metta in luce il riaffiorare nella nostra cultura. Ancora una volta il rischio è che le minoranze più deboli fungano da capro espiatorio o addirittura da catalizzatore dell'odio sociale, con conseguenze nefaste e non prevedibili. È in queste situazioni che la politica più deve farsi alta: non più e non solo interprete della pancia del paese, ma sua educatrice, guida e maestra. Solo un approccio simile potrà salvarci dal ritorno di una barbarie che, in Europa, ben sappiamo essere stata caratteristica autoctona.


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