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Ma di che guerra stiamo parlando?

In questi giorni di intense discussioni, sarà capitato a tutti di sentire parlare di guerra. La guerra sta ovunque, la guerra è stata dichiarata, alla guerra si risponde, non ci possiamo tirare in dietro dalla guerra. Si potrebbe continuare all'infinito.
Ma quando si parla di guerra, di cosa si sta parlando?
Occorrerebbe specificare che la guerra, oltre che una condizione di fatto, è anche uno stato giuridico. In tutti e due i casi, comunque, la situazione attuale è ben lungi da assomigliare alle guerre che abbiamo sempre considerato tali, tanto da far dubitare che, per quanto sta accadendo o potrà accadere in futuro, si possa parlare di guerra.
Guardando alla condizione di fatto, emerge come non esista un campo di battaglia, anzi, a tutti gli effetti non esiste un nemico che e le forze in campo ritengano unanimamente tale. In primo luogo, la guerra verso cui tanti inneggiano, dove dovrebbe combattersi? In Siria? Otterremo la transumanza dei guerriglieri verso la LIbia. Riprenderemmo l'attacco in Libia? I guerriglieri si sposterebbero in Afghanistan o in Africa. Sta di fatto che non esistendo un'entità statale a cui fare guerra è difficile immaginare una guerra in quanto tale.
In secondo luogo, la coalizione che dovrebbe combattere questa guerra è tutto fuorché omogenea: gli USA, oggi a capo di questa coalizione, avevano sovvenzionato negli anni Ottanta i guerriglieri talebani in Afghanistan e hanno permesso la nascita dell'Isis fra le carceri irachene durante la sciagurata guerra prevenva di Bush Jr.; la Francia è stata l'artefice del precipitare degli eventi in Libia, con il semplice scopo di rinegoziare i contratti per le forniture di petrolio, a danno dell'Italia; la Germania, dopo aver affossato l'Europa scopre di avere alleati deboli e riprende in mano delle armi che stavano nascoste nell'armadio dalla Seconda guerra mondiale; la Russia, ufficialmente in guerra contro l'Isis, bombarda in realtà i gruppi d'opposizione al regime siriano, mentre la Turchia, ufficialmente in guerra all'Isis, ne compra il petrolio e seda nel sangue l'opposizione curda; l'Arabia Saudita infne, si trastulla nel finanziare il nemico che dice di voler eliminare. Del resto, almeno la metà dei paesi che dichiarano alla propria opinione pubblica di voler contrastare il terrorismo di matrice islamica, poi non si fa scrupoli a commerciare con esso petrolio e armi.
Ma per quanto riguarda lo stato giuridco della guerra, ciò che c'è di più paradossale è la maggiore chiarezza raggiunta dai terroristi rispetto agli stati nazione che vorrebbero contrastare. Quanto meno va riconosciuto che l'Isis dichiara apertamente i propri nemici, e non si fa problemi a riconoscere che il nemico, avvertito come infedele, non dispone di alcun diritto. Un diritto barbarico, certo, ma dichiarato. Dall'altro lato si grida alla guerra, ma opportunamente non la si dichiara, perché dichiarare guerra implicherebbe riconoscere al nemico uno stato giuridico che oggi nessuno vuole riconoscere all'Isis, quello di avversario, con dei diritti da preservare. Un conto è il prigioniero di guerra, il milite, mio avversario ma che riconosco mio pari, sebbene dalla parte sbagliata; un altro conto è il terrorista, a cui non riconosco alcuna attenuante, che considero un criminale, e a cui quindi non riconosco alcun diritto. Questa è la scelta sino a qui portata avanti da chi oggi decide di contrastare l'Isis, una scelta che contraddice lo stesso diritto che i paesi occidentali dicono di voler difendere.
In ultimo, ma di che guerra poi stiamo parlando? Esiste una guerra nei numeri? Non per i paesi occidentali: guardiamo alla Francia, il paese europeo più colpito dagli attentati terroristici. Negli attentanti francesi sono morti, in un anno, circa ducecento persone. Ora consideriamo, sempre in Francia, la battaglia di Verdun, durante la Prima Guerra mondiale: in sei mesi di guerra morirono, tra tedeschi, inglesi e francesi circa 950.000 uomini; ancora, consideriamo gli schieramenti in campo, per esempio il fatto che secondo gli analisti l'Isis conterebbe di circa 50.000 guerriglieri. Consideriamo solo la prima battaglia sul fronte occidentale, quella del fiume Marna, sempre durante la Prima guerra mondiale: in quel caso, tra francesi, inglesi e tedeschi, a scontrarsi furono poco meno di due milioni e mezzo di uomini. Insomma, cifre ben maggiori.
Alla luce di tutto ciò, quando sentiamo parlare di imminenza della guerra, chiediamoci: ma di che guerra stiamo parlando?


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