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Ma di che scuola stiamo parlando?

Certe giornate in classe sono giornate no: capita, perché tu docente non sei in forma, quel giorno proprio non riesci a coinvolgere, perché l'argomento da spiegare è ineluttabilmente palloso, o semplicemente perché quel giorno, nell'ora successiva, c'è la verifica della materia più difficile della tua e la concentrazione degli studenti sta tutta lì; capita anche, e non è poi così infrequente, che semplicemente gli studenti non abbiano la benché minima voglia di ascoltarti. Insomma, c'è una vulgata sulla scuola, quella di libri come Bianca come il latte rossa come il sangue o di film come L'attimo fuggente, secondo cui, in un processo deterministico, al buon docente corrisponde, sempre, la motivazione degli studenti e il successo formativo. Ecco, diciamolo una volta per tutte, questa è una gran cazzata. Diciamoci che, per vie non del tutto spiegabili, pur con cattivi docenti si può realizzare il successo formativo, così come, malgrado degli ottimi docenti, si può incorrere nel fallimento.

Perché? Perché nel ragionare della scuola dimentichiamo sempre un elemento che, in realtà, in società fortemente industrializzate e dove la cultura è (apparentemente) diffusa, è probabilmente il primo elemento per il raggiungimento del successo formativo (e dovremo, tra l'altro, discutere una volta per tutte cosa sia questo successo formativo): questo elemento misconosciuto è il contesto, il milieu sociale, l'hic e nunc in cui la scuola agisce. Di fronte al contesto sociale di riferimento, il buon docente può essere avvantaggiato, così come può essere svantaggiato di fronte ad un contesto sociale scarsamente alfabetizzato o refrattario alla scolarizzazione. Tuttavia, c'è un'altra eventualità che in genere non consideriamo, ovvero quella di un contesto sociale apparentemente favorevole, ma in realtà fortemente marcato, caratterizzato da delle aspettative ben precise riguardo a ciò che la scuola deve fare e ciò che gli studenti devono ottenere per raggiungere il successo formativo. Un contesto simile, è inutile negarlo, è per il docente qualcosa di castrante: di fronte alle interferenze del territorio, il docente, non solo perde la propria libertà d'insegnamento (di per sé potrebbe anche non essere una grave perdita, se al contrario si garantisse in questo modo un miglioramento nel sistema educativo in toto), ma si trova ad assecondare le richieste delle famiglie, delle imprese, delle istituzioni, perdendo di vista quella che dovrebbe essere la prima e vera funzione della scuola.

Ma qual è questa funzione della scuola? Semplificando parecchio, insegnare a leggere, scrivere e far di conto. Un'affermazione banale, ma che banale non è, se cerchiamo di capire cosa queste conquiste hanno rappresentato per la storia dell'uomo. Leggere e scrivere hanno rappresentato, in primo luogo, la possibilità di potersi avvalere di un diritto stabile ed uguale per tutti; hanno significato, in secondo luogo, poter avere accesso ad una memoria storica, individuale e collettiva, condivisa o critica, ma comunque hanno rappresentato la formazione di una individualità; leggere e scrivere, in Europa, hanno permesso all'uomo di trasformarsi da suddito in cittadino; leggere e scrivere hanno rappresentato persino la possibilità, con l'obbligo scolastico, di vedere garantito un diritto all'infanzia altrimenti negato dallo sfruttamento del lavoro minorile; non di meno, far di conto ha permesso di trasferire il perimetro delle conoscenze da una logica deduttiva ad una induttiva, di spostare l'asse delle nostre conoscenze dalle superstizioni tramandate per secoli alle conoscenze studiate sulla base di dati, quantitativi, certificabili; anche in questo caso, questo traguardo è stato, è e sarà il coronamento di un percorso dalla schiavitù dell'ignoranza alla libertà della conoscenza.
Di fronte alla funzione prima della scuola, ovvero quella di rendere degli studenti, attraverso l'unico vero rito di passaggio che la nostra società ancora mantiene, degli uomini e delle donne liberi, dei cittadini e non dei sudditi, di fronte a questa utopia che di giorno in giorno la scuola dovrebbe alimentare, come si pone il contesto? È il milieu sociale realmente pronto a collaborare con la scuola per questo fine?
Non mi voglio certo esprimere in maniera definitiva, ma giornate come quella di oggi mi costringerebbero a dare una sola risposta: un no secco.

Basta entrare in classe per accorgersi che, malgrado gli sforzi degli insegnanti, la maggior parte dei nostri studenti ritiene inutile questa funzione della scuola. Lo fa per un semplice fatto, ovvero il contesto intorno spinge per una funzione diversa, l'addestramento in funzione dell'ingresso nel mercato del lavoro. Esiste una larga fetta della popolazione che non considera la scuola strumento di affermazione delle libertà e dei diritti, bensì uno strumento per garantirsi un rapido accesso al mercato del lavoro, preferibilmente con una retribuzione adeguata. Hai voglia a spiegare che, per la maggior parte dei lavori di cui si discute, basterebbe un banalissimo corso annuale, che non può essere quella la finalità di un percorso di studi più che decennale. L'utenza vuole questo, e accoglie con fastidio ogni altra istanza.

La cosa peggiore è vedere come la politica, che dovrebbe essere sempre un gradino più in alto della popolazione che rappresenta, si fa invece portavoce di questa istanza: è una posizione di comodo? Può darsi; è sicuramente una posizione miope e stupida. Così ci avviamo verso un sistema dell'istruzione sempre più rivolto alla formazione per e con il lavoro, un rafforzamento dell'alternanza scuola-lavoro, in proporzioni che non potranno non mettere in difficoltà scuole e aziende, e l'assenza di un serio programma di rafforzamento della letto-scrittura.

Nella forma che utilizziamo per formulare le nostre intenzioni è già evidente la qualità delle pratiche che adotteremo, perché ad un pensiero intricato corrispondono pratiche disordinate, a scarse capacità nella letto-scrittura corrispondono scarse capacità di decodifica della realtà. Ecco, se questa teoria ha ragione, la lettura della legge 107/2015 è tutta un programma: un testo frastagliato, spesso discorde, comunque intricato e inutilmente confusionario anche lì dove esprime istanze condivisibili. Il perfetto rispecchiamento di un pensiero di corto respiro, abituato a concepire il mondo come un contesto semplice, di buoni contro cattivi, anziché osservare un mondo entropico e frastagliato per raggiungere l'ordine attraverso la limpidezza del pensiero. Da una politica così, da un contesto così, che scuola vi volete aspettare.
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