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Ma il secolo breve è davvero finito?



Il discorso che incomincia con questo post è di certo qualcosa di molto complesso e che mi riprometto di trattare più compiutamente. Tuttavia in questi giorni per diversi motivi mi sono trovato a riflettere su questa questione, ragion per cui provo ad esporre rapidamente quello che mi frulla in mente. La definizione di Secolo breve, data dallo storico inglese Hobsbawm al Novecento è nota ai più. Le considerazioni dello storico, la stessa periodizzazione fornita, 1914 - 1991, mi sembrano sempre più deboli.
Sia chiaro, il mondo è davvero cambiato dal 1991 ad oggi, non si discute. Ma questo cambiamento è così radicale come appariva negli anni novanta del Ventesimo secolo? Direi di no.
Partiamo da un fatto: la globalizzazione, che dagli anni novanta ha avuto largo sviluppo, era già in essere prima. Lo era già da un pezzo, a dire la verità, cosa di cui ci accorgiamo se guardiamo alla storia del Novecento con uno sguardo che abbraccia un panorama più ampio del semplice Occidente. Ci accorgiamo così che dall'epoca delle colonizzazioni e degli imperialismi, i modi di vivere, gli usi, i costumi e i prodotti occidentali trovano una sempre più ampia diffusione su tutto il globo.
Certo, la globalizzazione degli anni novanta si avvantaggia di un medium che prima aveva scarsa diffusione, la rete. Ma la rete è in realtà molto meno diffusa di quanto si crede, se ad essa hanno accesso ancora meno della metà degli abitanti del pianeta, e trova forti limitazioni nella censura che i singoli regimi applicano ai contenuti fruibili nel web. In questo senso, ancora oggi il ruolo più incisivo è giocato da altri media, tv e radio in primis. Mezzi molto, molto novecenteschi.
Parlavamo di ideologie. Ebbene, con la caduta della cortina di ferro, cosa è cambiato da questo punto di vista? Ad un comunismo che di comunismo aveva ben poco se ne è sostituito un altro, che di Marx sa ancora meno. Il capitalismo del libero mercato è ancora lì, immobile, anzi. Addirittura con la presidenza Clinton sono state cancellate le norme che distinguevano le banche volte al credito dei piccoli risparmiatori e le banche rivolte alla finanza, tornando di fatto ad una condizione pre-crisi del 1929. Ancora molto, molto novecentesco.
Sempre rimanendo nell'ambito delle ideologie, questi primi decenni del Ventunesimo secolo hanno visto la diffusione del modello liquido del partito, e la conseguente caduta del partito di massa. In realtà questo nuovo modello di partito è ancora ben lontano dall'affermarsi, sempre che ciò avvenga. Gli esempi tedeschi e italiani del Partito dei pirati e del M5S ci dicono che al consenso sui social network non corrisponde per forza il successo elettorale, soprattutto in un Europa in cui l'età media è molto alta. Non diverso il caso delle primavere arabe, del movimento degli Indignados spagnoli o di Occupy negli USA. I movimenti leaderless si sono fino ad oggi rivelati più che altro dei fuochi di paglia, hanno apportato nella politica una ventata di nuovi contenuti, ma senza riuscire a diventare forza di governo. Lì dove sono arrivati al potere, il caso di Syriza in Grecia, l'hanno fatto scendendo a compromessi e assumendo la struttura tipica del partito di massa guidato da una figura carismatica, un leader.
Del resto, ciò che appare evidente in questa prima fase del Ventunesimo secolo, è come assuma sempre più importanza l'apparente contatto diretto tra il leader e la massa, bypassando gli organi intermedi. Il partito liquido assomiglia sempre di più al partito nazione, il partito in cui il proclama del leader non viene più proposto a reti unificate, o dal balcone del palazzo presidenziale di fronte a folle adoranti, ma di fronte a folle adoranti pronte a distribuire i loro like sui social network. Cambiata la forma della comunicazione, non ne è cambiata la sostanza, un rapporto solo apparentemente alla pari. Tutto molto anni trenta del Novecento, tutto molto novecentesco.
In questo primo scorcio del Ventunesimo secolo abbiamo del resto visto riaffiorare temi e ideologie che pensavamo scomparse. L'europa è stata attraversata da una ventata xenofoba e neofascista, alimentata dalle paure di pseudo-religiosità come quella dell'Is, figlia di una politica occidentale che, come nel Novecento, ha continuato ad armare di volta in volta il signore della guerra più utile ad amministrare il Medio Oriente, per poi denunciarne gli orrori ed invocare contro di esso la crociata civilizzatrice. Non per niente, la parola crociata è tornata nel nostro vocabolario, riportandoci indietro addirittura all'epoca dell'Impero Ottomano.
In Oriente Cina e Giappone, in un'escalation nazionalistica, si contendono il controllo del Pacifico, armeggiando liberamente con la storia, usata a scopo di propaganda: il caso ancora irrisolto del Massacro di Nanchino è l'esempio più evidente di come, dopo settantanni, non si sia capaci, o non si voglia fare luce su eventi traumatici che hanno coinvolto in primo luogo l'idea stessa di cosa è umanità e cosa non lo è. Il negazionismo giapponese, così come quello sempre più diffuso in Europa sul dramma dell'Olocausto, sul genocidio degli Armeni, sui genocidi delle popolazioni slave nell'ex Yugoslavia, sui crimini del Fascismo o della Francia coloniale, dimostrano come in tutti questi frangenti sia ancora endemicamente diffusa l'idea di una superiorità ontologica di una cultura occidentale, e in essa delle singole culture che di volta in volta si fronteggiano. Il nazionalismo russo poi, con le sue mire egemoniche sull'est Europa, richiama nazionalismi già noti nel Novecento.
Rimanendo nell'ambito culturale, al Postmodernidmo imperante nella seconda metà del Novecento, si affianca e si sostituisce una moderna forma di Realismo. Benintesto, se il Postmodernismo è stato per molti aspetti il simbolo del disimpegno dopo il tentativo di riconoscimento da parte degli intellettuali post Seconda Guerra Mondiale, il Realismo, oggi come ieri, si presta ad una facile manipolazione da parte dei potentati. Il descrivere una realtà così come la si pensa può divenire cassa di risonanza per l'idea diffusa di realtà che un partito-nazione, come nel caso del totalitarismo russo novecentesco, vuole propagandare. Se così fosse, il nuovo realismo, più che un ritorno all'impegno, potrebbe coincidere con un ritorno all'ordine.
Tutto ciò già dovrebbe dimostrare come la teoria del Secolo breve sia oggi poco condivisibile, come il Ventunesimo secolo sia, molto di più di quanto si potesse immaginare in passato, ancora una propagine del Ventesimo secolo.
Certo, come dicevamo abbiamo assistito al progresso rapido di alcune realtà, i paesi del BRIC, alla diffusione della scolarizzazione e dei diritti delle donne, degli anziani, dei malati. Ma in questi frangenti, purtroppo, non abbiamo assistito a quelle rivoluzioni che erano immaginabili con la fine dell'URSS. Semmai, in alcuni casi, abbiamo dovuto assistere nostro malgrado persino ad una involuzione. Sono ancora ben presenti in tutto il globo campi di concentramento, la tortura è pratica accettata in molte culture, mentre altre e altri paesi, come l'Italia, non fanno abbastanza per combatterla (il nostro paese è ancora privo di una legge che ne vieti la pratica), in alcune zone dell'Africa, dell'Asia, del'Europa e degli USA i diritti delle donne e degli omosessuali, anziché trovare un largo consenso, come immaginabile, sono sempre più sotto attacco, se non addirittura negati o aboliti.
Sul piano dello sviluppo economico poi, intere aree del globo non hanno raggiunto i livelli di progresso attesi, dilaniati al loro interno da guerre civili e carestie che trovano, anche in questo caso, spiegazione nel retaggio e nel caos etnico, religioso ed economico delle colonizzazioni europee, del resto mai del tutto scomparse, se si pensa che alcune multinazionali occidentali hanno fatturati che superano anche centinaia di volte il prodotto interno lordo di molte nazioni.

Dato tutto ciò possiamo davvero parlare del Novecento come Secolo breve, e non, piuttosto, di un secolo lungo?
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