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Autorappresentazione

Osservando l'Europa un fenomeno che spicca agli occhi è il diffuso bisogno di rappresentare la propria identità. Si tratta di un fenomeno osservabile non solamente in campo politico, ma in maniera più specifica e caratteristica nell'ambito dei media e della pubblicistica. Basta osservare un cartellone pubblicitario in giro per l'Europa per notare che allo stereotipo dell'uomo occidentale vengono date diverse declinazioni. Ci si accorge così di come quello dell'Occidente, prima ancora che dell'Europa unita, sia una costruzione culturale e politica, non un fatto naturale o di natura geografica. Gli stessi spot televisivi fanno da esempio a quanto detto. Pubblicità apparentemente simili mostrano attori dai tratti somatici ben evidenti, rispondenti alle caratteristiche ritenute tipiche fra i diversi popoli, usare slang ed espressioni idiomatiche, piuttosto che proverbi. Anche nell'uso della lingua comune, si osserva una voluta e cercata differenziazione. Nel modo di vestire lo stereotipo occidentale si declina per ceti, generazioni e aree geografico/culturali: differenze tra stati mediterranei e settentrionali sono lapalissiane. Osservando poi i paesi di recente occidentalizzazione, si nota come la moda qui corrisponda in maniera più ortodossa agli stereotipi dei grandi centri creatori della moda. In un contesto del genere, in cui gli stereotipi di ciò che è più evidente corrispondono a differenze culturali profonde, è possibile immaginare un occidente che si muove in maniera compatta politicamente e culturalmente? La crisi ucraina, l'ordine sparso sulla crisi di Gaza, le infinite posizioni sulla Siria e sulle innumerevoli crisi africane mostrano come, in primis dal punto di vista culturale, l'uomo occidentale è profondamente scisso. I diversi sovrastati che si sono via via succeduti, dalla dominazione romana in poi, hanno sì creato degli elementi comuni, quelle che comunemente vengono definite le radici greco/latine giudaico/cristiane, ma queste sono ne lungi dall'essere delle radici, assomigliando più che altro all'intrecciarsi e confondersi dei rami di alberi diversi che in comune hanno solo il terreno da cui nascono. Probabilmente anche questa definizione è uno stereotipo, una sovrapposizione culturale. Questa necessità di autorappresentazione potrebbe essere la semplice manifestazione della paura di sparire nel mare della globalizzazione: un fenomeno già conosciuto nelle diverse globalizzazioni del passato. Una base comune può essere solo di origine culturale? Quale base comune? Un esempio potrebbero essere i valori dell'Illuminismo, quei diritti comuni a tutti gli uomini, frutto della riflessione delle élite settecentesche, consapevoli noi tutti che, lungi dall'essere la causa delle successive rivoluzioni, quei valori e quei diritti sono stati il frutto più maturo di secoli di razionalismo, uno dei rivoli dell'Occidente, talvolta manifesto, talvolta nascosto dalle religioni e dalle superstizioni. Un ritorno all'Illuminismo e ad un ruolo attivo delle élite culturali sembra sempre più necessario, la creazione di una vera società delle lettere, delle scienze e delle arti, non impaurita dagli strumenti, come la rete, che meglio potrebbero favorirne la nascita. La creazione di un modello di educazione comune, laico, aperto, sociale, inclusivo, meritocratico, che prenda il meglio dei diversi sistemi e li sintetizzi. Obiettivi largamente condivisi ma ancora lontani dalla realizzazione.
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