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L'autoassoluzione dei docenti italiani

Forse noi docenti non ce ne siamo ancora accorti, mentre il mondo lì fuori ne è molto più consapevole; forse semplicemente non lo vogliamo vedere: cosa? Che la scuola non funziona, e se ciò capita, almeno in parte è anche colpa nostra.
Facciamo le dovute premesse: è tutto vero, siamo bistrattati, sottopagati, sottovalutati, viviamo in un eterno caos normativo. E poi? Ci dovrà pur essere qualcosa che non ci raccontiamo. Questo qualcosa c'è, ed è semplicemente un fatto: ci siamo autoassolti da tutte le lacune della scuola.
Dovremmo dirci con onestà intellettuale che, se la scuola italiana non funziona, la colpa non sta solo a monte, ma anche tra coloro che nella scuola lavorano giorno per giorno. E parlo di cose concrete: se il 70% degli Italiani non è capace di decodificare un testo complesso, la colpa non è del ministero, di questa o quella norma, ma di noi insegnanti che falliamo quotidianamente nell'insegnamento della lingua madre (e qui il mea culpa lo devono fare sia gli insegnanti di italiano che tutti gli altri insegnanti, troppo spesso approssimativi nell'uso della lingua e restii loro stessi all'ammissione delle loro lacune "perché io insegno...- aggiungete voi una qualunque materia che non appartenga al novero delle materie di lettere - ).
Dovremmo dirci che se i nostri studenti ottengono mediamente risultati peggiori rispetto ai coetanei degli altri paesi nelle materie scientifiche, forse è anche colpa nostra, e, soprattutto, se l'intero sistema paese, quindi non solo i ragazzi che frequentano le scuole, ma anche gli adulti formatisi nel corso delle generazioni, è così refrattario nei confronti del metodo scientifico, del vaglio critico delle fonti, dell'uso della logica, qualche colpa ce l'abbiamo anche noi.
Forse noi insegnanti dovremmo anche smettere di assolverci da ogni colpa riguardo all'analfabetismo informatico e, in generale, nell'uso dei media, da parte degli Italiani.
Forse dovremmo dirci che, se delle persone che, mediamente, dai 6 ai 18-19 anni trascorrono 5, 6, ore al giorno a contatto con degli adulti che dovrebbero in primis insegnare la lingua, quindi a leggere e scrivere correttamente, insegnare a far di conto, e quindi nel complesso dovrebbero insegnare a ragionare, se alla fine di più di 10 anni di studi non siamo riusciti in questo intento, e le condizioni dell'Italia, quindi non solo dei ragazzi che OGGI frequentano la scuola, ma anche gli adulti formatisi diciamo negli ultimi 20-30 anni, dimostrano ciò, allora un fallimento della scuola e dei suoi insegnanti esiste.
Questo fallimento della scuola esiste a prescindere da ogni norma. Esiste nelle persone che hanno fatto scuola fino ad oggi, dai ministri agli ultimi assunti fra gli ATA. Tutti ne siamo responsabili e colpevoli. Se la scuola, e ciò accade non da oggi, in Italia non costituisce lo strumento per un miglioramento della condizione sociale, allora possiamo raccontarci tutte le favolette che vogliamo, noi come insegnanti abbiamo fallito.
Cosa intendo dire con tutto ciò? Che gli insegnanti lavorano poco? No, anzi. E allora? Intendo dire che gli insegnanti italiani lavorano male, e spesso con presunzione. La presunzione di essere gli unici depositari della verità sulla scuola (per carità, la colpa di cui mi sto macchiando anche io in questo momento) e di non essere criticabili. La colpa di non accettare il confronto, in primis tra di noi, di non accettare le competenze altrui (quanti fra di noi conoscono colleghi che si rifiutano di adoperare strumenti compensativi per i DSA o i BES perché "è tutto un mercato per mangiarci sopra, quello lì non ha nulla"?), non accettare e non ammettere che qualcuno, una minoranza, fra di noi fa questo mestiere perché ha cercato un rifugio dalla sua incapacità e lavora nel modo peggiore, o spesso non lavora. Dovremmo ammettere che molti fra gli insegnanti rifiutano l'aggiornammento, se vanno ai corsi lo fanno in manierra refrattaria, scaldano una sedia perché devono farlo, ma sono impermeabili a quanto viene suggerito, continuano per tutta la loro carriera ad applicare i metodi che sono stati tramandati loro dai loro insegnanti. E quanti insegnanti nelle nostre scuole, o perché anziani o perché semplicemente egoisti, delegano azioni educative e innovazioni agli ultimi arrivati, sprecando la loro esperienza, perché ci si rifiuta di mettersi in gioco e di apprendere nuove strategie?
Il mondo della didattica in altri paesi è in fermento: dal dibattito sulla valutazione per test, all'uso della didattica digitale, della classe capovolta. Quanto, di tutto ciò, sanno i nostri insegnanti? Il rifiuto delle INVALSI, ancora tanto diffuso, avviene per una seria analisi sui rischi della valutazione che vorrebbe essere oggettiva, o avviene peeché si ha paura di scoperchiare il vaso della autoreferenzialità dell'insegnamento da parte di molti docenti italiani?
Tutto ciò viene detto a fronte di un dato: c'è una maggioranza silenziosa di insegnanti italiani che paga l'autoassoluzione della minoranza refrattaria, autoritaria ed egoista. Perché, come sempre, a farne le spese, sono i più deboli, nel nostro caso non gli insegnanti stessi, ma chi degli insegnanti è vittima, i nostri alunni. Quelli di cui un giorno, noi insegnanti, ci lamenteremo, una volta giunti ai posti di potere totalmente inconsapevoli o privi degli strumenti per i ruoli a cui assurgeranno.
E allora saremo ancora noi a pagarne le conseguenze.
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