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Renzi, Giannini e la scuola pubblica

In questi giorni di richiesta di fiducia, Matteo Renzi e la sua ministra dell'istruzione Giannini hanno parlato tanto di scuola. Ma se le dichiarazioni del presidente del consiglio non sembrano in realtà andare oltre i buoni propositi, ben più importanti e, per molti aspetti, preoccupanti sono le parole del ministro Giannini.
Certo Renzi ha parlato di edilizia scolastica e di recupero dello status dell'insegnante. Cose bellissime, ma precedute dall'asserzione emblematica che per cambiare la scuola non c'è bisogno di soldi, ovvero, non aspettatevi gli agognati nuovi finanziamenti.
In realtà la vera e propria dichiarazione di guerra agli insegnanti viene però dal ministro Giannini che, in pochissimi giorni, ha già rilasciato non si sa bene quante dichiarazioni ai vari quotidiani nazionali, tanto che starle dietro risulta anche abbastanza difficile. In primis la ministra ha dichiarato di voler superare il sistema degli scatti di anzianità per gli insegnanti a tempo indeterminato: occorre ricordare che ad oggi gli scatti sono l'unico strumento di avanzamento di carriera nella scuola pubblica, mentre il ministro ha insistentemente parlato di superamento di questo sistema e di valorizzazione del merito, in special modo tramite la valutazione dei risultati raggiunti tramite le prove Invalsi.
Già altre volte su questo blog ho dichiarato il mio favore per la valutazione degli insegnanti, ma questa deve essere preceduta da un sistema di formazione adeguato. In una qualsiasi azienda il dipendente viene ciclicamente aggiornato e formato a spese del datore di lavoro, non così nella scuola pubblica, dove  l'aggiornamento viene demandato all'insegnante e al suo stipendio; non c'è da stupirsi quindi se questi, quando può, lo evita.
Ancora peggio, la ministra si è detta favorevole ad un riordino dei cicli scolastici, sostenendo che il punto debole della scuola pubblica sia la Secondaria di Primo Grado e, affondo ben più velenoso, ha dichiarato di essere favorevole a delle scuole superiori di quattro anni. Come si faccia a parlare di riordino dei cicli e di accorciamento di essi senza un reale discorso approfondito sulla didattica e i programmi promossi, questo è uno dei misteri di una scuola, quella pubblica italiana, affidata a degli amministratori che di didattica quasi sempre non sanno nulla.
Difatti la ministra non ha potuto poi fare a meno di sostenere che la scuola pubblica dovrà divenire sempre più simile all'università. A parte il fatto che l'università in Italia non è certo uno dei nostri vanti, anzi, andrebbe detto che in proporzione i risultati migliori sono raggiunti dalla scuola e non dagli atenei, la ministra dimentica, come il partito che le sta dietro, che la funzione della scuola è diversa da quella dell'università, e diverse sono le caratteristiche di queste due istituzioni. Forse non ci si rende conto che insegnare in un'aula di università ad un uditorio fondamentalmente interessato non è la stessa cosa che tentare di interessare e coinvolgere aule di bambini o adolescenti; così un discorso serio sulla valutazione del docente di scuola non può basarsi esclusivamente sul mero dato della produttività. L'insegnante è figura di confine, ormai vicina a quella dell'assistente sociale, in molti casi più dedita a sopperire alle mancanze della famiglia che alla semplice trasmissione dei saperi disciplinari, pur importanti. Gli stessi saperi andranno modulati in maniera diversa a seconda dell'uditorio e del contesto, rendendo di fatto impossibile un giudizio sul prodotto. Molto più sensato valutare il processo. Ma tutto ciò non sembra interessare alla ministra che, a giudicare anche quanto detto in passato, quando definì in pratica dei fannulloni i nostri docenti, pensa ad un sistema in cui il dirigente scolastico possa ssumere i docenti tramite la chiamata diretta o concorsi locali. Il problema della scarsa trasparenza di questi concorsi, com'è del resto il caso dei concorsi a livello universitario, non sembra sfiorare il ministro, concentrata sull'idea che la scuola pubblica possa sfornare dei piccoli robot già belli e pronti per il mondo del lavoro.
In ultimo il ministro ha proposto un deciso passo indietro rispetto al programma di digitalizzazione proposto da Profumo prima e Carrozza poi. Un evidente regalo alle case editrici e l'ennesimo cumulo di ritardo rispetto al resto dell'Europa, dietro la maschera del bisogno di un contatto fisico con la carta. Raccontiamoci pure che non esiste istruzione senza la carta, ma basterebbe avere un minimo di contezza storica per sapere che non è così. Si provi a leggere due pagine che siano due di Socrate. Non riuscite? Non è colpa vostra, semplicemente Socrate pensava che la carta incancrenisse il sapere e tutto ciò che ha detto ci è pervenuto tramite i suoi discepoli che, anche loro, non lesinavano l'uso del confronto orale se, come sembra, sia nel caso di Aristotele che di Platone, le loro opere scritte non dovrebbero essere altro che delle specie di introduzioni alle loro lezioni. Insomma, dovremmo dover avere chiaro che anche l'uso della carta, come qualsiasi altra cosa umana, è un fatto storico e come tale va trattato, ovvero avendo la consapevolezza che è transeunte e che il suo superamento non sarebbe un dramma esistenziale ma solo un cambiamento come tanti altri si sono vissuti lungo tutto l'arco dell'esistenza dell'uomo.
In realtà, guardando ancora più in profondità a quanto detto dal ministro, emerge come l'interesse del primo utente della scuola, ovvero lo studente, non venga minimamente preso in considerazione. Quanto detto segue solo un ragionamento ben preciso, ovvero accontentare le richieste del mondo del lavoro, miope di fronte alla necessità di investire sulla ricerca, e agli interessi politici di questo o quel partito, questa o quella fazione. Non per niente, come detto prima, la conoscenza o la riflessione sulla didattica non emerge mai dalle dichiarazioni lette fino ad ora sui giornali.

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