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L'uomo del tre per cento, Henry A. Wallace

Quando si candidò alla presidenza degli Stati Uniti, Henry A. Wallace raccolse solamente il 3% dei consensi. Una miseria, tanto che in pratica la sua carriera politica si concluse lì.
Wallace, l'uomo del 3%, malgrado fosse stato il vicepremier di Roosvelt.
Ma Wallace non fu l'uomo del consenso pubblico, né uomo appoggiato dai grandi poteri, ed il motivo è piuttosto semplice: non diceva alla gente quello che voleva sentirsi dire, ma ciò che occorreva fare.
Così Wallace fu partecipe del New Deal di Roosvelt, e Roosvelt stesso non poteva non parlare di Wallace come del miglior americano possibile. Ma poi, quando l'opinione pubblica voleva sentirsi dire che i Giapponesi erano sporchi musi gialli, Wallace si oppose a Truman e al suo bombardamento nucleare, Truman, il presidente imposto dai poteri forti e dalle gerarchie del partito, colui che venne celebrato come un eroe, mentendo, perché con le sue bombe aveva impedito la morte di tanti Americani nell'invasione del Giappone. Eppure in realtà il Giappone si arrendeva perché temeva l'invasione dell'Armata Rossa che già conquistava la Manciuria.
Wallace in seguito propose la collaborazione con gli USSR, invano, perché l'America di Truman voleva imporsi come potenza, perché questo era quanto volevano sentirsi dire gli Americani, di essere i primi della classe. E così Wallace dovette lasciare il governo Truman, fondare un proprio partito.
Wallace ottenne solo il 3%, dicevamo. Se la sua intelligenza politica si dovesse misurare sul suo consenso, egli sarebbe da considerare un folle. Eppure fu il miglior politico della sua generazione, e se il suo 3% fosse prevalso, forse ci saremmo risparmiati Hiroshima e Nagasaki, il dopoguerra, il muro di Berlino, la Guerra Fredda.
Ma Wallace raccolse solo il 3%
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