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La letteratura è la mia vendetta, Claudio Magris e Mario Vargas Llosa

Di rado si ha la possibilità di leggere una perorazione tanto appassionata della letteratura, come in questo esile volume edito dalla Mondadori nella collana Libellule. Anche perché di rado si può assistere al dialogare di un premio Nobel come Llosa e una fonte continua di spunti qual è Claudio Magris. E così nelle purtroppo poche pagine di questo libro i due autori discutono di alcuni spunti, a cavallo in realtà tra letteratura e politica (in tutto ciò il titolo del volume sembra cadere un po' a sproposito), alternandosi in acute analisi sulle specificità del romanzo, il tema del viaggio, il tempo del racconto e il tempo della vita, sino all'attualita della politica e ai nuovi populismi.

Il romanzo è stato il genere più censurato, perseguitato e proibito. Senza eccezioni. Nelle dittature religiose, nelle dittature politiche, di estrema destra o di estrema sinistra, compaiono sempre la censura, i tentativi di controllare il mondo della fantasia, dell'invenzione. Come se tutti regimi vedessero nella letteratura un pericolo per la loro esistenza. E non sbagliano. C'è un rischio nel lasciare che una società produca letteratura e s'impregni di letteratura. Una società impregnata di letteratura è più difficile da manipolare da parte del potere, è più difficile da sottomettere e da ingannare, perché l'inquietudine con cui torniamo nel mondo dopo esserci confrontati con una grande opera letteraria crea cittadini critici, indipendenti e più liberi i quanti non vivono quell'esperienza.

Claudio Magris in particolare ci delizia qui con alcune delle più belle pagine sul valore della letteratura come forma d'interpretazione di quanto c'è di insondabile nella vita, sino alla scoperta, alla messa in luce di demoni che l'autore stesso non può sapere di avere in corpo, qualcosa che risulta ignoto alla razionalità della saggistica ma che esprime una parte, non la sola, certo, dell'essere umano. È in questa sua profonda e quasi inconscia funzione conoscitiva che la letteratura si fa nemica di ogni forma di ignoranza e sfruttamento.

Già in Omero, d'altronde, Ulisse ritorna sì a Itaca, ma per ripartire un'altra volta, come dice nella scena mirabile in cui - dopo l'orribile, vittoriosa e sanguinosa conclusione del suo ritorno - c'è quell'indimenticabile colloquio coniugale tra lui e Penelope [...] Gli Ulissi che ci ha dato la letteratura post-omerica - non solo Dante, ma tanti altri autori - sono quasi sempre invece personaggi che si perdono per stada, che diventano altri rispetto a se stessi, che non riescono (o non vogliono) ritornare a se stessi. Ogni odissea pone la grande domanda: se si attraversi la vita diventando ancora più se stessi, cioè trasformandosi e cambiando ma restando fedeli alla propria identità, oppure se ci si perda e ci si snaturi.

il personaggio di Ulisse fornisce alcuni dei più bei spunti del volume, e sicuramente i due autori trovano nel tema del viaggio un argomento congeniale. Ulisse nelle sue mille incarnazioni e nelle sue infinite declinazioni reca con se la meraviglia della scoperta e il bisogno di pace, l'anelito all'ignoto e il desiderio del ritorno. Nel suo cantarsi ed essere cantato Ulisse rappresenta la scrittura che si fa riscrittura del reale, mentre essa stessa entra a farne parte, in un gioco modernissimo e vecchio di migliaia di anni, come dice Llosa

Una cosa affascinante dell'Odissea è che Ulisse non solo vive le sue avventure, ma le racconta due volte: alla corte dei Feaci e a Penelope. E le racconta in modo che ci siano contraddizioni con i fatti che gli sono accaduti, cosicché nel poema c'è un elemento di fantasia che rappresenta ciò che è la letteratura.

iIl tempo, un altro dei grandi temi della letteratura mondiale, viene analizzato dai due autori con commenti di suggestiva bellezza, così lo spazio della letteratura diviene composto di tempo impuro, come lo chiamava Svevo, un tempo in cui

Vivo adesso ricordandomi di qualcosa di passato, che non è solo un ricordo, come ad esempio un numero di telefono, ma è qualcosa (un evento, una passione) che cambia e mi cambia, nel momento in cui lo sto ricordando, rendendomi un po' diverso e diventando esso stesso un po' diverso nell'istante in cui lo integro nuovamente in me, mentre al tempo stesso io mi proietto nel futuro sporgendomi in avanti e portandomi dietro cose lontane divenute nuovamente vicine e quindi, in una certa misura, un po' differenti.

Un tempo che è come un utero, le cui dimensioni sono diverse a seconda di quello che contiene, ma è sempre realtà, non metafora. Un libro ricco, quindi, questo di Magris e Llosa, che riavvicina alla bellezza della letteratura guardandola un po' da lontano, ma sempre con un occhio vigile e innamorato.

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