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Roberto Bolaño, Amuleto


Amuleto di Roberto Bolaño è un libro che colpisce per la sua profondità, per la sua immediatezza linguistica, per la sua ricchezza lessicale e sintattica. Tra i passi e le parole della mancata scrittrice Auxilio, la madre di tutti i poeti messicani, come essa stessa si definisce, scorgiamo il fiorire e l'appassire di una generazione di sudamericani, ma non solo.

Dicevamo della ricchezza lessicale e linguistica. Difatti è la lingua di Bolaño che colpisce al primo impatto, con il suo periodare così fluido, così spesso nella subordinazione e ad un tempo agile alla comprensione. Si tratta del periodare del grande narratore che con assoluta padronanza riflette sui fatti di una gioventù perduta che fra le parole di speranze mai nate si perde e che nelle strettoie e nel peso di un passato autoritario si vede morire.

E li sentii cantare, li sento cantare ancora adesso che non sono più nella valle, piano piano, appena un mormorio quasi impercettibile, i bambini più belli dell'America Latina, i bambini denutriti e quelli ben nutriti, quelli che avevano avuto tutto e quelli che non avevano avuto niente, che canto meraviglioso usciva dalle loro labbra, che meraviglia anche loro, che bellezza, benché stessero marciando spalla a spalla verso la morte, li sentii cantare e diventai pazza, li sentii cantare e non potei fare niente per fermarli, ero troppo lontana e non avevo la forza di scendere a valle, di mettermi in mezzo al prato e dr loro di fermarsi, perché stavano marciando verso una meta certa. L'unica cosa che potei fare fu alzarmi in piedi, tremante, e ascoltare fino all'ultimo sospiro il loro canto, ascoltare sempre il loro canto, perché loro vennero inghiottiti dall'abisso ma il canto rimase nell'aria della valle, nella foschia della valle che al tramonto risaliva le pendici e le vette.


Auxilio, la donna che da sola, inaspettatamente e senza eroismi, resiste asserragliata nei bagni dell'università di Città del Messico mentre la polizia reprime i moti del 1968. Auxilio che nel suo nascondersi viaggia fra passato e presente, incontrando le speranze della poesia e dell'arte messicane e sudamericane, ne vede le cadute, ne osserva il maturare ed il perdersi. Nelle storie, passate, presenti e future che di volta in volta si parano davanti alla protagonista o in cui è coinvolta, dicevamo, scorgiamo tutta una generazione di sudamericani. Quella generazione che, tra gli anni 60 e gli anni 70, ha contestato la cultura ufficiale, ha aperto le porte alle nuove ondate, ai nuovi movimenti letterari, alle avanguardie. Una generazione che spesso ha concluso la sua parabola nella polvere dell'oblio o, anche peggio, fra le poltrone di una borghesia sempre pronta a snaturarla e a renderla inoffensiva. Eppure una generazione che, nella lingua rigogliosa di Bolaño, ha avuto il coraggio di esprimersi, di raggiungere l'inferno delle fogne pur di essere se stessa, anche a costo di sconfinare, di essere apolide, di precipitare nell'oblio di una valle inesistente e di perdersi fra le lettere di un canto mai nato.


Pensai: malgrado tutta la mia astuzia e tutti i miei sacrifici, sono perduta. Pensai: che gesto poetico distruggere i miei scritti. Pensai: sarebbe stato meglio ingoiarli, ora sono perduta. Pensai: la vanità della scrittura, la vanità della distruzione. Pensai: è perché ho scritto che ho resistito. Pensai: è perché ho distrutto quello che ho scritto che mi scopriranno, mi picchieranno, mi stupreranno, mi uccideranno. Pensai: i due fatti sono collegati, scrivere e distruggere, nascondersi ed essere scoperta. Poi mi sedetti sulla tazza e chiusi gli occhi. Poi mi addormentai. Poi mi svegliai.
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