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Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi.

Premio Strega, Mondadori presenta l'opera di un esordiente, Paolo Giordano, che successivamente si affermerà come una delle migliori promesse della narrativa italiana. Giù di illazioni, polemiche, perché Mondadori in genere non pubblica esordienti, perché un esordiente in genere non vince un premio come lo Strega, perché, perché.... Dal romanzo viene tratto un film, di dubbia qualità e che, soprattutto, fraintende l'opera, mentre Giordano si chiude nella sua scrittura, perché ripetersi sarà molto più difficile che affermarsi. Almeno fino a poco tempo fa, ma questa è un'altra storia.
La solitudine dei numi primi, dicevamo, è un'opera prima, tra l'altro di un giovane autore, almeno per i nostri canoni contemporanei. Fatto sta che dell'opera prima forse il romanzo porta i difetti. Le ingenuità: la struttura dell'opera, l'alternanza di capitoli sui due protagonisti, Mattia e Alice, forse nelle mani di un autore più esperto avrebbe potuto essere meno razionale, più varia. Ma in questa stessa struttura si riconosce anche il maggior pregio del romanzo: il tutto si risolve in maniera estremamente coerente, senza strappi. L'autore conduce i due personaggi fino alla fine del racconto, senza tentare di prendere in giro il lettore, senza finali a sorpresa, senza conclusioni filosofeggianti che tradirebbero lo stile della narrazione. Il tutto, semplicemente, funziona così com'è. Per essere chiari, La solitudine dei numeri primi gode della correttezza narrativa di un trattato di fisica o di un teorema matematico, il campo in cui Giordano è evidentemente tanto esperto.
Giordano ricorda in qualcosa Svevo. Il suo stile è medio, tendente talvolta ad una brutta scrittura, come se l'esigenza del dire, del raccontare quella storia, non una qualunque storia, come accade talvolta ai narratori, questa esigenza andasse oltre le necessità della ricerca formale. Anche Svevo venne accusato di scrivere male, vedremo se un giorno, come il triestino, anche Giordano verrà conosciuto come il più europeo fra gli scrittori italiani della sua generazione.
Nella sua estrema semplicità linguistica Giordano delinea due personaggi persi nel loro mondo, nella loro paura di vivere, aggrappati ad un passato che non sanno dimenticare, ad un futuro che non sanno percorrere se non come routine, come impersonale bisogno di certezze. Non due inetti, perché l'inetto ha desiderio di esserlo, è in fondo compiaciuto della sua condizione. In fondo Mattia e Alice sono due personaggi vinti dal loro stesso essere, dalla loro stessa debolezza, e nella loro debolezza trovano infine la forza di ricominciare. Ricominciare da soli, perché la loro unica occasione di vivere sta nel lasciarsi andare, nel tagliare quel filo sottile che ancora li tiene legati all'infelicità, la consapevolezza di avere incontrato una e una sola persona che li potrà capire. Capire finché rimarranno uguali a se stessi, immobili, specchi e fantasmi di un'adolescenza mai vissuta, trascorsa in due drammi paralleli mai superati. Solo nel separarsi definitivamente Mattia e Alice divengono adulti, pronti finalmente a superare quello stadio, ad essere forse un uomo e una donna veri.
Per questo il film che ne è stato tratto banalizza la storia, nel voler a tutti i costi rendere eterna una storia d'amore che, per poter essere vera, invece doveva concludere; perché non tutto può durare in eterno, almeno per essere vero.

"Sorrise verso il cielo terso. Con un po' di fatica, sapeva alzarsi da sola."

 

 

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