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J. R. R. Tolkien e il mio mondo

Sembrerà incredibile, per chi mi conosce, osservare quanto poco spazio abbia Tolkien su questo blog. Riflettendoci anche io faccio fatica a trovare una ragione del perché così poco abbia parlato dei due libri che, probabilmente, più mi hanno aiutato a superare i periodi più bui della mia vita.
Infatti prima Il signore degli anelli e poi il Silmarillion sono state le letture che mi hanno maggiormente formato, probabilmente in maniera del tutto inconsapevole, ed instradato verso alcuni dei valori in cui credo.
E allora perché l'assenza di Tolkien da questo blog?
Pensandoci su, forse per pudore. Perché il mondo di Tolkien, così fiabesco ed epico ad un tempo, così profondamente impregnato di etica e religione, oggi non è più il mio mondo, o per lo meno non il solo. È un mondo a cui di tanto in tanto torno volentieri, come la casa natia a cui si torna per trovare conforto durante i lunghi ed estenuanti viaggi che ci portano chissà dove, ma che non è più ugualmente la nostra casa.
Oggi le granitiche certezze di Tolkien non sono più le mie: non riesco a vedere così netta la distinzione tra bene e male e Dio, se esiste, è lontano dalla mia strada. Di Tolkien però sento ancora mia la granitica certezza nella ricerca morale, nel bisogno di essere uomini fra uomini, ed il ricorso al simbolismo, sia che si tratti di simboli religiosi che di altri simboli, se possibile ancor più ancestrali. E se la ricerca di una profonda verità, prima ancora della verità stessa, debba passare attraverso l'intreccio della fiaba o di un romanzo epico, ben venga, poco importa se il nostro protagonista sarà un alcolista anonimo dei sobborghi di New York o un piccolo Hobbit che vede partire gli ultimi grandi portatori degli anelli, per varcare una porta e dire alla moglie, sono a casa

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