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Digitalizzazione della scuola, se deve essere, almeno che sia fatta bene

Come docente, mi trovo il più delle volte a subire, più che a condividere, le scelte che provengono dal MIUR, che siano scelte sui programmi, i cicli di studi, variazioni contrattuali o innovazioni metodologiche. La realtà è che la classe docente è talmente poco considerata da non essere quasi mai interpellata nelle decisioni che riguardano la scuola pubblica, che siano decisioni sulla gestione, sui contratti o sulla didattica. Probabilmente non ci si fida di noi, o non ci si ritiene veramente capaci, chissà.

Questo è per esempio il caso della scelta di imporre (più o meno) repentinamente la digitalizzazione della scuola pubblica. Scelta che io condivido, sia chiaro, perché nello strumento digitale vedo, appunto, uno strumento, che va conosciuto e che si deve poter sfruttare per adattare la didattica alle nuove generazioni, sempre più inconsapevolmente bombardate dalle informazioni dei diversi media, talora in cattiva fede.

Dileguato quindi ogni possibile dubbio su eventuali preconcetti, mi preme però precisare che le cose vanno fatte con criterio, e soprattutto sapendo cosa si sta facendo, non affidandosi semplicemente a dei tecnici più o meno conniventi con le case editrici e le software house. Insomma, occorrerebbe evitare che anche la digitalizzazione della scuola si riduca ad una porcata in stile "Pillole del sapere".

Perché in realtà questa digitalizzazione di magagne ne sta incontrando parecchie. Ma quali sono i peccati originali di questo processo? Vediamo di fare un elenco.

  • Il MIUR ha affidato la realizzazione dei libri di testo digitali alle singole case editrici, senza curarsi di stabilire uno standard da rispettare o dei meri parametri qualitativi. Il risultato è che nella gran parte dei casi questi presunti testi digitali non sono altro che copie del testo cartaceo in formato PDF, senza neanche il minimo apporto multimediale se non il vago "è disponibile sul sito l'espansione online". Tutto ciò non ha nulla a che fare con i libri di testo digitali. Per sgomberare ogni dubbio. Un vero ebook non viene messo in commercio in formato PDF ma in altro formati, .mobi o .epub, per delle ragioni molto semplici, ovvero questi formati possono contenere al loro interno contenuti multimediali, quindi dal nostro libro noi potremo vedere video, ascoltare audio o ingrandire immagini, solo per citare gli esempi più eclatanti. Inoltre il formato .epub è un formato libero, quindi non è legato alla singola software house ai vincoli che questa può imporre, come nel caso dei PDF.
  • E con questo veniamo al secondo punto: la digitalizzazione della scuola italiana sta avvenendo su formati proprietari come i PDF e tramite software chiusi, proposti dalle singole case editrici, anziché utilizzare software di lettura generici e aperti. Questo per il lettore e per la scuola è un rischio, perché utilizzando software chiuso o formati proprietari si è comunque sempre soggetti alle decisioni che questa o quella software house potrà prendere sul proprio prodotto (se ADOBE, proprietaria del formato PDF, ad un certo punto ne vietasse l'uso, cosa accadrebbe a tutti i libri digitali venduti ai nostri alunni?) E cosa accade se, come qualche settimana addietro, il portale su cui tutte le case editrici si appoggiano, Scuolabook, va in crash? Perché il mio alunno non deve poter studiare per una scelta sciagurata delle case editrici?
  • Il discorso si può allargare a tutta la documentazione copiosamente prodotta a scuola. I nostri computer sono regolarmente forniti di sistemi operativi Microsoft o Apple e nella gran parte dei casi vedono installata come suite da ufficio il buon vecchio Office di Microsoft, in una delle sue varie versioni. Senza parlare della qualità del prodotto, quale può essere mai il vantaggio per l'amministrazione nell'usare questi software, con tutti i possibili problemi di incompatibilità fra i documenti prodotti? Si pensi solo al caos che ogni giorno si genera nelle sale insegnanti o nelle segreterie quando, su vecchi computer, compaiono dei documenti in formato .docx, il nuovo standard imposto da Microsoft e che le vecchie versioni di Office non riescono a decodificare. Stesso discorso vale per i documenti prodotti con Google Office, anche in questo caso lo standard che viene imposto ormai è il .docx. Una soluzione rapida ci sarebbe, ovvero il formato Open Documenti, .odt, pienamente leggibile in rete e utilizzabile con qualsiasi suite Office che si rispetti, ovviamente gratuita.
  • Rimanendo ancora sui sistemi operativi utilizzati, bene l'uso di Android, sistema operativo aperto, mentre non si capisce perché sui portatili, netbook o sui computer fissi si debba ancora lavorare con Microsoft e stabilire con questa degli accordi commerciali. Esistono sistemi operativi molto più adatti, come una qualsiasi fra le distribuzioni Linux dedicate alla didattica. Ce ne sono una marea, una facilmente procurabile ed installabile è Edubuntu, gratuita e ricca di programmi rivolti alla didattica.
  • Per non parlare poi delle LIM: le lavagne interattive distribuite alle scuole richiedono soldi, tanti, e tempo, troppo, per la loro installazione. Tutto questo mentre da più parti si mostra come con pochi euro le scuole si potrebbero dotare di LIM a basso costo e altamente funzionali.

Insomma, se non si è capito, si ha la netta sensazione che questa digitalizzazione stia avvenendo male, sia male gestita, se non semplicemente non gestita, e che interessino di più gli accordi commerciali con gli interessati di turno che un miglioramento della didattica.

 

 

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