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(Finalmente) si discute di cultura e scuola

Leggendo in questi giorni La Repubblica e L'Espresso abbiamo potuto assistere ad una bella novità, ovvero si discute di qualcosa, per l'Italia, di nuovo. Ovvero, udite udite, si discute del rapporto tra la società contemporanea e le materie umanistiche, in particolare del rapporto fra la nuova generazione e l'insegnamento delle materie umanistiche.
D un lato, l'articolo apparso su La Repubblica dal titolo Addio cultura umanista, per i ragazzi non ha più senso, sembra il canto del cigno di un mondo ormai datato d'intendere le nostre discipline. La polemica sulla perdita dell'aureola e dell'aura dell'intellettuale è vecchia di quasi cent'anni. Eppure qualche docente e qualche intellettuale si accorge solo ora che la figura del docente non è più quella di cinquant'anni fa. Insomma, le premesse di quest'articolo sembrano datate, fuori dal tempo e fuori contesto.
Ma non mi convince semplicemente la posizione contraria e polemica espressa su L'Espresso con titolo Il compito del professore di lettere e il senso dei quattordicenni per la cultura umanistica. Non mi convince perché si tratta semplicemente di un'accettazione passiva della situazione corrente? Insomma, sostenere semplicemente che il docente oggi deve coinvolgere i ragazzi con attività laboratoriali perché la situazione socioeconomica italiana è diversa da quella di anni fa e perché nella nuova cultura postmoderna il senso di acronia e di relatività della cultura non permettono altro, tutto questo suona come una resa.
Per come la vedo io stiamo discutendo dei sintomi e non della malattia. Perché la condizione dell'insegnante e in generale lo statuto delle discipline umanistiche è il frutto di un'evoluzione culturale nata almeno alla fine degli anni sessanta e ancora viva e vitale.
Parliamoci chiaro: finché il relativismo sarà imperante, lo storicismo scomparso e dileggiato, la soggettività sarà la base del nostro agire, allora nulla potrà cambiare per l'insegnamento. L'auctoritas dell'insegnante sarà sempre sottoposta al vaglio dell'io che collabora nell'apprendimento con il docente, e questo non è per forza un male.
Nostro compito deve però essere un altro, prima ancora di discutere delle nostre discipline. Dovremo riuscire a fare capire che dietro la soggettività deve esserci una base oggettiva. Dietro l'interpretazione dei fatti stanno, appunto, i fatti. Dovremo fare capire ai ragazzi che l'interpretazione della realtà da parte dei diversi io si fonda proprio sulla realtà.
Nostro scopo deve essere questo: dovremo come intellettuali trovare una nuova via per giungere all'oggettività, oggi che le ideologie sono state spazzate via, che il pensiero debole si impone, lasciandoci in balia dei saperi tecnici o più all'à page. Dobbiamo ricostruire lo statuto delle nostre scienze, in profondità, dalla radice, senza facili rimpianti o rese. Fino a quando non ragioneremo di questo, come docenti, uomini di cultura o intellettuali non serviremo a nulla e saremo in balia di chi decide per noi, chi ci impone lo statuto del nostro sapere, il suo valore; o peggio ancora, saremo in balia di chi ci guida e ci governa rincoglionendoci da anni e appiccicandoci addosso un valore di mercato, come se le nostre vite e le nostre menti non fossero altro che merci.
Meditate gente, meditate.


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