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La morte di Chester Bennington o della fine dell'adolescenza

Foto: Wikipedia
Quando usciva In the end era il 2001 e io non avevo ancora compiuto vent'anni.



Frequentavo l'università, iniziavo a superare la mia cronica apatia del vivere adolescenziale, l'indole asociale che dall'infanzia mi aveva rinchiuso in una prigione autocostruita che mi aveva impedito tante amicizie e tante possibilità. In the end è stato il mio primo incontro con la voce di Chester Bennington, in un certo senso una rivelazione.



Dopo anni ad ascoltare in loop quasi esclusivamente i Queen, Metallica, Iron Maiden, Megadeath, Dream Theater e Blind Guardian (ad eccezione dei Queen, gruppi ascoltati al traino di mio fratello) dopo anni di venerazione per le voci di Freddie Mercury e di James LaBrie, la voce di Bennington e le melodie rap/metal dei Linkin Park mi aprirono un mondo. Era il mondo che da adolescente avrei voluto saper esprimere ma per cui mi mancavano le parole, le corde vocali, i ritmi.



Diciamocelo chiaramente: i primi album del gruppo, da Hybrid Theory a Meteora, avevano un target che non andava oltre i venti/ventidue anni, anzi miravano chiaramente agli adolescenti, disagiati o presunti tali. Un canto di protesta che nulla aveva di politico, era rabbia in quanto tale, la frustrazione della incomunicabilità, del crescere e non sentirsi capiti. Che i Linkin Park cantassero queste sensazioni per mero calcolo economico o che ne fossero onesti cantori, poco importa; lo facevano, e tanto ci bastava,



Appartengo alla generazione MTV, quelli venuti su con i video del canale musicale, con le serate Anime, le sitcom in prima serata, Scrubs su tutti. Quelli come me hanno vissuto in pieno l'esplosione del fenomeno Linkin Park, con i loro video in computer grafica, quel mescolarsi di rap e neometal e, soprattutto, la voce di Bennington. Una voce da dilettante. Lo so, sto dicendo una blasfemia, ma a me ha sempre fatto questa impressione, l'impressione di un cantante da band liceale che si sia trovato in un mondo più grande del suo, senza aver mai studiato più di tanto le basi del mestiere, senza una grandissima estensione vocale, senza, insomma. Eppure la voce di Bennington funzionava perché era una voce malinconica, come suona in tante delle ballate del gruppo, una voce prestata al metal ma che del metal aveva poco. Una voce, tra l'altro, che non aveva paura di improvvisare e di steccare in concerto, pur di rimanere se stessa.



I Linkin Park sono stati la voce che mi ha fatto fare i conti con la mia adolescenza, chiudendola. Mi hanno accompagnato negli anni dell'università, mentre il mio essere cambiava radicalmente, fino al primo lavoro, alle prime vere soddisfazioni e ai primi grandi fallimenti.



I Linkin Park, come Bennington, non sono mai stati dei rivoluzionari nel loro settore, né particolarmente raffinati (eppure devo a loro l'essere poi arrivato ai Genesis, ai Toto, ai Kansas, a Dylan e agli Smiths) ma hanno avuto il coraggio di crescere, con album più maturi e per questo meno apprezzati dal pubblico. Nel frattempo la voce di Bennington si continuava a ritirare in se stessa, sempre meno rabbiosa, sempre più triste.



Chi lo conosce dice che il suo suicidio, se confermato, non era del tutto inatteso: tanti segnali, la tossicodipendenza. Non lo so, non seguivo più il gruppo da un po'. Ma la voce di Bennington rimane per me inconfondibile, uno degli ultimi grandi del rock, quasi per caso, nonché la fine della mia età più buia.

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