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La grammatica e il pippone morale 2.0



Ciclicamente, più o meno con toni scandalistici, si torna a parlare di conoscenze e competenze grammaticali, di giovani che non sanno scrivere, di studenti universitari che commettono errori grammaticali da scuole elementari. Tutte cose già lette e rilette, che vengono fuori con meccanismi che sanno un po' di bomba ad orologeria, quando serve, per esempio quando si è in piena contrattazione Miur-sindacati della scuola. O più semplicemente quando bisogna coprire le magagne di questa o quella istituzione, come, nel caso specifico, l'università.
E' di questi giorni la lettera di denuncia di 600 accademici, lettera con cui si lamenta il degrado nell'uso della lingua italiana da parte di molti studenti universitari, equiparati, nelle loro conoscenze, a studenti di terza elementare. Sul banco degli imputati, ovviamente, la scuola, che avrebbe smesso di insegnare la grammatica e il pensiero logico per favorire, all'università lo scoprono ora dopo averli avallati per anni, percorsi professionalizzanti.

La prima cosa da chiedersi però è se quanto affermato dagli accademici corrisponda al vero, ovvero, se realmente le competenze linguistiche dei giovani siano inferiori a quelle delle generazioni precedenti. Come scritto in un altro post, non ci sono dati che dimostrino questa affermazione, e in questo senso la lettera dei 600 si fonda sul sentito dire, la peggiore delle pratiche allorché si vuole dimostrare una tesi, anche la più ragionevole. Anzi, come già detto, le misurazioni fornite da INVALSI e i test PISA dimostrano una graduale crescita delle competenze linguistiche, sebbene questa sia distribuita in maniera eterogenea. Viene da chiedersi se i firmatari della lettera, accademici come i redattori dei fantomatici test INVALSI, conoscano questi dati. Rimanendo ai dati, perché questo dovrebbe fare chiunque sostenga una tesi, anche la più dirompente, questa fantasmagorica generazione ipercompetente dal punto di vista linguistico, tanto da padroneggiare la semantica e la sintassi della lingua italiana alla perfezione, non è mai esistita. Come mostra il grafico, anzi, è proprio fra gli adulti che si annida il tarlo dell'analfabetismo di ritorno, ovvero l'incapacità di decodificare un testo complesso compiendo tutti i passaggi logici che conducano, da una interpretazione che si fermi agli aspetti denotativi, alla ricostruzione dell'impianto connotativo. Detta in altre parole, la scuola di ieri, quella celebrata dalla lettera che sarebbe morta negli anni '70 del Novecento, è stata, dal punto di vista linguistico, fallimentare. Tra l'altro, nel momento in cui si parla di competenze linguistiche, i firmatari fanno un'estrema confusione tra ortografia, per sua natura mutevole e legata agli usi dei fruitori, sintassi e semantica. Lamentare le variazioni ortografiche nei testi scritti dai giovani fruitori della lingua, senza sapere che, per esempio, all'origine della lingua italiana non si scriveva il digramma "ch" ma si prediligeva il grafema "k", ovvero che un uso banalissimo ha visto una o più variazioni nel corso dei secoli, è indice di pressapochismo. Fra i firmatari della lettera troviamo, sì, illustri linguisti, ma anche gente che con la scrittura o il mondo della scuola non ha nulla a che fare.
Da questo la seconda considerazione: si lamenta l'assenza di certo tipo di  pratiche linguistiche nella scuola dell'obbligo, senza sapere che quelle pratiche, dopo un periodo di appannamento, sono oggi vive e vegete. Di più, dopo che per anni gli accademici formatori degli insegnanti hanno pressato per l'introduzione massiva e inconsapevole degli strumenti digitali nelle scuole, oggi gli stessi accademici ne lamentano la pratica. Chiunque abbia frequentato le scuole di specializzazione per l'insegnamento ha dovuto vivere, in misura diversa, un'esperienza degradante: docenti che dovrebbero insegnare didattica che di didattica non sanno nulla, che per loro stessa ammissione hanno smesso di frequentare le scuole con il diploma, che si guardano bene dal confrontarsi in maniera responsabile con il mondo della scuola. Docenti universitari che per insegnare l'uso del cooperative learning praticano noiosissime e lunghissime lezioni frontali, o che, mentre parlano di valutazione e di prove per le competenze, adoperano test a risposta chiusa di malcelata inutilità.
In ultimo, quanti fra i testi scritti dai 600 firmatari passerebbero il vaglio di un test di leggibilità? Quanto questa lettera è autoreferenziale, apologetica di un sistema che, se professionalizzava, chiudeva le porte dei giovani alle università, nascondendo il problema dell'analfabetismo sotto il tappeto?

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