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Minuti di silenzio e anni di occhi chiusi


Dico la verità, il minuto di silenzio per i morti di Parigi l'ho fatto. Ma mi sono sentito ipocrita. Perché come sempre abbiamo morti di serie A e di serie B, e perché come sempre siamo rapidissimi a sciacquarci l'animo nel minuto di silenzio, per poi avallare bombardamenti, finanziamenti illeciti, traffici di armi e di uomini.

Possiamo fare un minuto di silenzio a scuola, ma è inutile senza poi fare in modo che per 365 giorni all'anno, 24 su 24, in classe, per le strade, negli ospedali, sui posti di lavoro, giovani e adulti di ogni credo, colore, religione, orientamento politico o sessuale non si sentano abbandonati dalla società che li dovrebbe accogliere. 

Se un diciottenne nato e cresciuto nelle nostre periferie non si sente europeo, forse dovremmo anche iniziare a fare autocritica e chiederci dov'è che abbiamo sbagliato, a che punto lo stato sociale fallisce, quando un ragazzo inizia a sentirsi straniero in casa propria non perché estromesso da chissà quali nuovi giunti, ma perché vede tradite le promesse di diritti, di uguaglianza e di libertà.

Credo che prima di un'identità collettiva, un diciottenne cerchi una comunità che gli permetta di sviluppare la sua di identità, che gli offra delle prospettive concrete e simboliche, che non lo faccia sentire un recluso e un reietto. L'opposto di quanto avviene nelle nostre periferie, per gli immigrati di n generazione come per i nativi.

Se vogliamo che l'odio e l'estremismo non dilaghino nelle nostre strade, prima ancora di giungere dalle zone di guerra sparse per il mondo, è su queste questioni, che sono tutte nostre, che dobbiamo lavorare. Per fare questo, perdonerete, non servono bombe o bandiere, ma istruzione, dialogo e investimenti.
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