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Come l'evoluzione ci ha cambiati






(foto: slate.com)






Secondo le teorie più recenti, l'evoluzione della specie Homo avviene, come del resto sempre in Natura, secondo processi in parte casuali. Durante la vita delle diverse generazioni dei nostri antenati sono nati un certo numero di esemplari portatori di variazioni genetiche (Variazione), variazioni che, se sono risultate utili alla sopravvivenza dell'individuo, si sono poi diffuse (Ereditarietà), spesso andando, nel corso di migliaia o milioni di anni, a sostituire quelle che erano le caratteristiche precedenti non più adatte alle diverse circostanze, situazioni climatiche, sviluppo del territorio (selezione). Questo tipo di sviluppo, come detto, può avvenire solo con il trascorrere di migliaia, più spesso milioni di anni (Tempo), ma tutto ciò non potrebbe preservare la vita sul pianeta se non per la capacità di adattamento delle specie naturali (Adattamento). Questi agenti dell'evoluzione delle specie animali vengono indicati da paleontologi e antropologi con la sigla V.E.S.T.A..

In particolare una variazione è risultata fondamentale rispetto ai nostri parenti più stretti, gli scimpanzè, ovvero l'avere acquisito la capacità di camminare con i soli arti posteriori. Quando, già con l'Australopiteco, i nostri antenati hanno iniziato ad essere bipedi, il loro modo di vivere ha iniziato a mutare, favorendo una serie di altri cambiamenti.

Se guardiamo l'evoluzione degli arti, già con l'Homo habilis possiamo osservare come i piedi sembrino aver perso il pollice prensile, perché nel processo di specializzazione non sarà più necessario arrampicarsi sugli alberi per garantire la propria sopravvivenza. Al contrario le mani acquisiranno uno strumento fondamentale che sarà il pollice opponibile, con cui l'uomo potrà non solamente arrampicarsi, ma anche afferrare e manipolare oggetti, iniziando quindi a modificare l'ambiente circostante secondo le proprie esigenze.

Camminare su due gambe implica anche un modo diverso di vivere: la stessa dentatura degli uomini inizia a modificarsi rispetto a quella degli altri primati. Osservando i teschi dei primati a noi più vicini e confrontandoli con quelli dei primi esemplari di uomini, notiamo che la dentatura lentamente si rimpicciolisce e cambia di forma. Negli scimpanzè incisivi e canini particolarmente lunghi servono ad incidere e dilaniare anche le cortecce più dure, mentre dei molari massicci serviranno a triturare le fibre più resistenti. Il rimpicciolirsi dei denti nella specie Homo indica una dieta più varia, tipica di animali cacciatori/raccoglitori, che presto impareranno ad ammorbidire la carne adoperando il fuoco o altri strumenti. La perdita del pollice prensile nel piede e la diversa dentatura ci dicono che gli homo, a questo punto, si stanno evolvendo per coprire una nicchia ecologica diversa rispetto a quella dei loro cugini. Possiamo immaginare che il tempo dedicato alla nutrizione si riduca rispetto, per esempio, ai gorilla: in questo senso il fuoco è uno strumento che permette di rendere più rapida la digestione.

La postura dell'uomo cambia con il progredire della specializzazione degli arti inferiori, e di conseguenza cambia anche la forma delle ossa pelviche. Esse si modificano, sia nella forma che nella posizione, andando a sostenere muscoli diversi rispetto agli altri primati. In particolare nel nostro essere bipedi le ossa pelviche sosterranno prevalentemente i glutei, i muscoli che lavorano maggiormente nell'atto dell'incedere, mentre negli scimpanzè queste ossa sostengono prevalentemente i muscoli delle cosce. La nuova postura consente all'uomo di specializzarsi nella caccia di gruppo e nella raccolta. È probabile che l'homo, tra gli altri motivi, sviluppi forme di socialità proprio durante l'attività della caccia, postendo contare su una postura, quella bipede, che se lo rende più lento rispetto ad altri animali, gli permette di sprecare meno calorie e di inseguire per spazi più ampi le proprie prede.

La colonna vertebrale assume la forma odierna, e si innesta nel cranio in maniera diversa rispetto agli altri primati: per questo motivo il Forame Magno, il punto in cui la colonna vertebrale incontra il cranio, si posiziona verticalmente nell'uomo, mentre ha una posizione orizzontale negli altri primati.

Il cranio dell'uomo cresce di dimensioni nel corso di milioni di anni, permettendo quindi che il volume del cervello si incrementi. Scoperte recenti mostrano come all'interno delle stesse specie le dimensioni del cranio possono variare notevolmente, ma in generale possiamo dire che nel corso dei milioni di anni questo processo è stato costante. Inoltre il cranio perde via via le sue sporgenze e diventa meno spesso, con la notevole eccezione dell'Homo erectus, in cui le ossa del cranio sono molto spesse e sono presenti delle arcate sopracigliari molto sporgenti: dimostrazione del fatto che in questa specie era utile proteggere gli occhi perché, per esempio, anche la testa veniva utilizzata come strumento nella lotta.

A cosa è dovuta la crescita delle dimensioni del cranio? Per lungo tempo si è pensato che l'evoluzione del cranio dell'uomo abbia causato una serie di cambiamenti nella conformazione delle nostre ossa. Di recente si è però scoperto che le ossa pelviche si modificano prima ancora della crescita delle dimensioni del cranio. Si può quindi pensare che sia stato il divenire bipedi, e quindi l'assumere una diversa conformazione delle ossa pelviche, che abbia permesso alla specie Homo di partorire dei figli con un cranio più sviluppato.

Riguardo al modo di partorire degli uomini, si è inoltre notato come, a differenza degli altri primati, per la specie Homo questo sia un atto sociale, tanto che, anche senza aiuto medico, la presenza di qualcuno che dia sostegno alla partoriente garantisce percentuali di successo maggiori rispetto ad un parto avvenuto in solitudine. Inoltre, proprio per le accresciute dimensioni del cranio, l'uomo è una delle poche specie che corre notevoli rischi per la propria stessa sopravvivenza durante il parto. Del resto, si è scoperto che la durata della gestazione dipende grandemente dall'apporto di calorie che la madre può garantire al nascituro nell'utero. In questo senso, all'incirca al nono mese di gravidanza il fabbisogno di calorie del nascituro non potrà più essere garantito dalla madre nella gestazione, mentre verrà più facilmente garantito attraverso l'allattamento e la collaborazione della famiglia allargata (padre, madre, fratelli, sorelle, nonni e nonne, zii e zie); questo dato, che rende gli hominidi e l'uomo animali altriciali, spiega la grande longevità di individui anche oltre gli anni della fertilità.

BIBLIOGRAFIA (solo a titolo esemplificativo)

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