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Umberto Curi, la democrazia ateniese del V secolo e l'Europa di oggi



Proprio oggi il Corriere Della Sera pubblica un articolo di Umberto Curi, che trovate in basso, in cui il filosofo cerca di dimostrare l'errata attribuzione della democrazia, come la concepiamo, alla Grecia antica, ovviamente, nello specifico ad Atene. Per un ragionamento più dettagliato sulla nascita della democrazia ateniese vi rimando ai seguenti link e post. Quello che qui interessa è fare notare come il filosofo compia nella sua disamina storica degli evidenti errori di metodo, per stabilire poi se questi errori siano o meno voluti e se inficino o no la sua teoria.
Partendo dalla prima questione, Curi sostiene che la parola democrazia nasca con valore spregiativo alla fine del V secolo: l'affermazione, di per sé corretta, non risponde tuttavia completamente alla questione di fondo, ovvero cosa sia la democrazia ateniese e come venisse rappresentata da chi ne era fautore. Stando alle fonti primarie al riguardo, Erodoto e Tucidide in primis, il regime politico inaugurato dalla riforma di Clistene non veniva denominato democrazia, ma con un termine più generico per noi, ovvero "politeia", un qualcosa a metà tra costituzione e cittadinanza. Tale termine ha origine ben prima della parola democrazia, ed è con questo termine che i cittadini ateniesi si riferiscono al sistema di regole, tradizioni e leggi scritte secondo cui la loro città viene governata. Il termine democrazia, semmai, appartiene all'analisi posteriore, quella, a punto, di filosofi politici come Platone, Aristotele, o di politici in senso stretto, come potrebbe essere l'autore della Costituzione degli Ateniesi, possibile opera di oligarchi come Senofonte o addirittura di uno dei Trenta Tiranni, forse Crizia. Insomma, il termine democrazia, spregiativo, ha origine fra gli oppositori politici di questo sistema, ricchi possidenti, filosofi o addirittura governanti filospartani. Ciò, nondimeno, non diminuisce di per sé il valore del regime politico a cui questi uomini si opponevano, anzi ne avvalora le caratteristiche, più direttamente rivolte ad una partecipazione popolare, sebbene con le limitazioni già dette nei precedenti post.
Continuando nella disamina dell articolo di Curi, emerge come la scelta delle fonti sulla politeia ateniese sia quanto meno parziale, e soprattutto, fuorviante: mancano per esempio le voci degli storici che con quella politeia e quella città si erano confrontati nelle loro analisi storiche. In particolare, nessun cenno viene fatto ad Erodoto e Tucidide, che della nascita e dell'evoluzione della politeia ateniese, fino al tragico errore della Guerra del Peloponneso, erano stati i principali studiosi. Insomma, la prospettiva da cui viene analizzata la democrazia ateniese, senza tra le altre cose spiegare ai lettori come funzionasse, è parziale e fuorviante. Per di più, è una prospettiva ideologica. Viene infatti abbracciata la prospettiva degli "aristoi", i migliori, senza specificare che per aristoi in Grecia si intendevano i rampolli delle famiglie nobiliari, contro il "demos", il popolo, i "kakoi", i peggiori, coloro che per vivere saranno costretti al lavoro. Questa prospettiva, ideologica, viene adoperata per sminuire, è chiaro, la portata della Rivoluzione ateniese, ma sono proprio la prospettiva fortemente ideologizzata, la scarsa disamina delle fonti, la parziale analisi linguistica ad inficiare la validità scientifica dell'articolo di Curi.

Cui prodest, infine, quest'articolo? Quello che è in atto è, senza giri di parole, un tentativo di riposizionamento dell'UE e nell'UE, anche dal punto di vista culturale. Ciò a cui assistiamo è una forma di revisionismo storico, di per sé legittimo, ma fondato su un ragionamento più filosofico che storico. Tra il 512 e il 507 ad Atene si fonda un governo che, con specifiche particolari, porta ad una distribuzione delle cariche del tutto innovativa e largamente legata al rimescolamento delle tribù e alla diffusione del potere. È una democrazia diversa dalla nostra, e filosofi vicini alle oligarchie come Platone, Aristotele e l'autore della Costituzione degli Ateniesi la contesteranno, sia con argomentazioni valide che pretestuose, spesso filospartane. Ma democrazia era ed è, la prima, e quella di Curi è una ricostruzione che vuole sminuire la portata della Rivoluzione ateniese per rivalutare, implicitamente, le democrazie moderne fondate sul giusnaturalismo.

Il mio è un ragionamento da storico. Se l'intenzione era dimostrare che la democrazia moderna si fonda su principi diversi da quelli della democrazia diretta ateniese, allora la tesi è stata sostenuta in maniera approssimativa. Basterebbe far notare che le nostre cariche sono elettive mentre ad Atene si procedeva per sorteggio, ad eccezione degli strateghi. Ma qui si fa un lavoro diverso, ripeto, di per sé legittimo, ma non per questo valido. Manca per esempio l'uso delle fonti storiche favorevoli alla riforma democratica di Clistene. E questo induce a pensare che il lavoro a cui vuole tendere realmente l'articolo non sia sul legame con quella democrazia, ma un tentativo pretestuoso di negare il valore stesso di quella democrazia, in favore invece delle forme democratiche di matrice illuminista e idealista moderne.


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