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David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più

foto: amazon.it

Una cosa divertente che non farò mai più, di David Foster Wallace, è una cronaca giornalistica: la cronaca giornalistica che Wallace tiene per la Harper's recensendo, o meglio, raccontando una crociera di lusso attraverso i Caraibi.
Non si tratta quindi di un romanzo, non possiamo quindi aspettarci le prodezze narrative a cui Wallace ci abituava. Tuttavia la verve dell'autore riesce a scaturire alla luce anche in questo breve libro, nel racconto dei dettagli e delle sensazioni provate dal filosofo-giornalista-scrittore-nerd-sociopatico-agorafobico. Ci si imbatte così sin dall'inizio in un mondo al confine tra il paradosso, il sarcasmo e l'alienazione. Il turista medio americano, un coacervo di uomini e donne in pensione che si godono i risparmi di una vita, affaristi, giovani palestrati e donnette capricciose, viene descritto, analizzato, compreso e annientato nei suoi tic, nelle sue abitudini, nel suo rapportarsi con il mondo. Tuttavia lo sguardo dello scrittore non può né vuole condannare, essendo lo scrittore stesso un americano con tutti i suoi tic e le sue fobie.
Nel frattempo il lusso, estremo, meccanicamente divertente, calcolato a tavolino per coccolare e viziare il cliente, sempre eccessivo ma mai sufficiente: perché ci deve sempre essere qualcosa in più da provare, qualche esperienza, qualche fantasmagorica attività da scoprire, qualche segreto e anfratto della nave da esplorare.
La fauna dell'equipaggio della nave poi: una gerarchia di sfruttamento, gentilezza costruita, megalomania, varia umanità fino alla più umile.
Nulla esiste davvero nella nave da crociera, tutto finisce esattamente nel momento in cui il viaggio si conclude; ciò che rimane è la sensazione di essere stati viziati, anche a costo di essere maltrattati prima e dopo, in un enorme ingranaggio che si nutre del bisogno di relax dell'umanità, della necessità di uscire dalla consuetudine, anche a costo di voler vedere il lusso lì dove non c'è.

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