Passa ai contenuti principali

L'oblio della memoria e la nascita della democrazia

Testo integrale con note

Con il passato, con la Storia con la lettera maiuscola, con la memoria, a volte succedono cose strane. Cose che, a pensare male, potrebbero essere l’indizio di una cattiva coscienza. Cose come il dimenticare, l’oblio voluto, la damnatio memoriae di qualcosa di cui, al contempo, ci si vanta.


Così capita, per esempio, con la democrazia.


Sì, perché a vantarci di essere democratici, della nostra tradizione occidentale di democrazia, siamo bravi tutti. Eppure. Eppure c’è qualcosa che non torna, c’è puzza di marcio.


Basti pensare al fatto che in pochissimi sanno chi l’ha inventata questa benedetta democrazia. Men che meno poi sapere quando, dove, perché, per quanto tempo è esistita.


Per carità, nei salotti bene, tra persone di media cultura vi risponderanno pure la più classica delle risposte: l’hanno inventata i Greci questa benedetta democrazia. Bene. Mica tanto. Alessandro era greco, e sulla democrazia ha camminato con gli stivali chiodati. Come suo padre. Vi diranno che per la democrazia i Greci hanno combattuto, vi citeranno Leonida, i Trecento delle Termopili. Che erano Spartani, oligarchi: la democrazia la odiavano, non ne volevano sapere. Vivevano massacrando i loro schiavi come rito di iniziazione.


Qualcuno finalmente vi citerà Atene, il Partenone, Pericle. Atene, sì, ma quale Atene? Perché Atene è stata anche la città della tirannide di Pisistrato, l’uomo che fece mettere su carta Iliade e Odissea, ma che comandava da solo, era un tiranno, nel senso letterale. Pericle poi, si vantava della democrazia mentre la ammazzava; la sua democrazia era una dittatura mascherata, deteneva il potere dall’alto delle sue competenze militari. No, Pericle, il più bel cantore della democrazia ateniese, non ne era il padre, forse uno dei carnefici.


E quindi? Qualche studente del liceo classico si ricorderà di Solone, della liberazione degli schiavi ateniesi, della redistribuzione delle terre. Ma non era ancora la democrazia: l’Atene di Solone fu forse il primo luogo al mondo in cui finalmente si potesse realizzare la scalata sociale, diventare un ricco partendo dal nulla. L’Atene di Solone è il sogno americano, ma il sogno americano senza il Congresso e le elezioni presidenziali, perché il potere nella città di Solone è sempre detenuto da pochi.


Lo ripeto, è fortemente indicativo che il nome del padre della democrazia, le modalità stesse con cui la democrazia è nata, siano parte dell’oblio della storia occidentale. Non fanno parte della nostra narrazione quotidiana, preferiamo raccontare le gesta dei grandi uomini soli, le ernomi individualità che giganteggiano sulle folle anonime e schiave. Alessandro, Cesare, Ottaviano, Carlo, Napoleone, Mussolini, Stalin, Hitler. Preferiamo raccontare la storia economica dell’Occidente, le sue scoperte nell’agricoltura, la sua rivoluzione industriale, la deindustrializzazione. Esportiamo la democrazia senza neanche sapere di cosa si tratta.


Quando nell’anno 511 - 510 a. C. i cittadini ateniesi cacciarono Ippia, il figlio di Pisistrato, la città si trovò in preda al caos. I clan si contendevano il potere, Clistene, uno dei capi più in vista, fu costretto all’esilio dal rivale Isagora. Lo stesso Isagora tentò di imporsi come signore della città, richiedendo l’aiuto del re di Sparta Cleomene, che già aveva aiutato gli Ateniesi a cacciare il tiranno. Ma a questo punto accadde qualcosa di inatteso, qualcosa di imprevedibile, mai del tutto chiarito e ancora discusso tra gli studiosi. La vulgata scolastica vi avrà forse parlato (ma è più probabile che tutto ciò sia stato omesso) di un Clistene che convince gli Spartani a tornare a casa, fa passare con il filo della spada Isagora e i suoi iniziando la transizione di Atene. Eppure Clistene non c’era, stava in esilio. Il rischio della tirannia non è stato sventato da un uomo, ma da una comunità. Una comunità non eterodiretta, una comunità senza leader (per quello che ne possiamo sapere noi oggi). Un’enormità. Un fatto di una portata straordinaria. Ma non lo sapevate. Una comunità che si sente tale senza bisogno di qualcuno che le dica di esserlo, non vuole correre il rischio che qualcuno decida per lei, questo qualcuno, gli Spartani, lo caccia. Ed elimina chi ha pensato di poter decidere ancora per lei, Isagora.


Questa è una rivoluzione, ma non ve lo dicono che la democrazia è nata con una rivoluzione.


Mettiamo i puntini sulle i: i Greci, molti almeno fra di loro, già da un po’ volevano decidere le loro vicende politiche; almeno da quando avevano iniziato a combattere tutti assieme nella nuova falange oplitica. Facciamo centocinquant’anni circa, alla buona. Io muoio in guerra con te. Certo, tu sei ricco e io di meno, o sono proprio povero: ma in guerra tu muori come muoio io. Non sei Achille, non sei Odisseo, mio caro, non ci credo più a questa assurdità che se sei nobile, di buona famiglia, ricco, sei legittimato a comandare. Io muoio con te, io decido con te.


E giù di legnate, tante, che quando non se ne poteva più si chiamava un tiranno. Uno che facesse da pacere, qualche regalino di qua, qualche regalino di là, ci calmiamo tutti, ecco. Qualche città si è pure fermata lì, ma Atene no, almeno, per qualche decennio no.


Perché la democrazia, quella vera, non resiste ad Atene più di qualche decennio. Poi diventa governo autoritario. La democrazia è stancante, sempre. È un bel balocco di cui ci si fregia, lo si vanta con gli amici, ma giocarci davvero, no, richiede impegno.


Clistene torna, il suo rivale non c’è più. Ma che fare, tentare di prendere il potere? Per fare la fine di Isagora? No, non conviene. Qui occorre fare qualcosa di diverso, rompere gli schemi, pacificare, unire una comunità che in nuce già c’è.


Il genio di Clistene, il padre della democrazia, sta qui.




foto: Wikipedia


Clistene si inventa un sistema, una macchina complessa. Talmente complessa che ha dei punti deboli, senza dubbio. Eppure è ammirevole ancora oggi. Un sistema in cui nessuno fra quelli che allora si consideravano degni di essere chiamati cittadini era escluso. Un’assemblea a cui tutti i cittadini partecipano, tutti. Tutti, certo, i maschi adulti e liberi. No donne, no bambini. Non è ancora il tempo delle suffragette, certo, ma siamo anni luce avanti rispetto alle trenta persone che comandano tutta Sparta. Figuriamoci poi la futura Macedonia, una monarchia, uno solo al comando. Qui ad Atene abbiamo in potenza un’assemblea di trentamila cittadini. Cittadini che vengono da ogni parte del territorio, città, costa, campagna, in un sistema che scardina i vecchi clan; le nuove tribù sono formate da trittie, in ogni trittia c’è un po’ di città, un po’ di costa, un po’ di campagna, in modo che i rappresentanti di ogni tribù non finiscano solo per pensare al proprio meschino interesse.


Certo, trentamila persone assieme, è un po’ ingestibile. Per fare le leggi forse è meglio qualcosa di più ristretto. Altro colpo di genio. Sorteggiamo. Una seconda assemblea, più piccola, che proponga le leggi. Cinquecento uomini, a turno, da ogni trittia, divisi in dieci commissioni da cinquanta, una per ogni mese del calendario ateniese.


E poi le magistrature, per cui si viene eletti o sorteggiati, a seconda del livello di competenza richiesto. Sei arconte? Sorteggiato. Giudice? Sorteggiato. Vuoi fare lo stratega, il generale? No, mio caro, per questo abbiamo bisogno di uno bravo, lo eleggiamo.


Perché ad Atene nessuno può esimersi dal bene comune. Come Tucidide mette in bocca a Pericle, il cittadino ateniese disinteressato alla cosa pubblica, non è innocuo, è inutile. Nell’Atene che ha in mente Clistene l’ignoranza non è un diritto, è una colpa.


Trami contro la democrazia? Vorrà dire che stai tramando contro di me, di me, di me, di me, di me, di me, così per trentamila. E noi non te lo permettiamo: no, non ti uccidiamo, non siamo barbari; ma la democrazia non è compatibile con la tirannia, è un aut aut. Facciamo che scriviamo un nome su un pezzetto di ceramica, il coccio di un vaso, e ogni anno chi è il più votato vince una vacanza premio per tipo tutta la vita lontano da Atene. Welcome ostracismo.


Un’utopia, forse, quella di Clistene. Una città in cui il cittadino è parte davvero di una comunità, è chiamato ad assumersene la responsabilità, a farne parte. La città per cui davvero Aristotele potrà dire che nessun uomo è un’isola. Quale delle democrazie di cui ci fregiamo oggi tenta davvero di raggiungere queste vette? Quale si può vantare di questi natali?


Eppure di Atene voi conoscete altro, il Partenone, Fidia, Pericle, Socrate...Ma la storia non è fatta di bianchi e neri, quella è la memoria, che ben si presta a rimuovere, cancellare, nobilitare o infangare.


Perché la democrazia di Clistene, così nobile, rende forte e unita una città, una comunità. Comunità che, democratica al suo interno, diventa schiavile, imperialista verso chi le gravità attorno. Occorrerà prima rendersi conto della propria forza, le Guerre persiane e la vittoria insperata. Ma poi sarà la città della guerra a Sparta, della peste, dell’assedio a Siracusa, dei Melii, di Pericle, di Cleone, Alcibiade...


Mentre a Sparta, la città dei trenta al comando, dei due re, quelli della guerra come modello di vita, dalla guerra stavano lontani se non strettamente necessaria. Loro la democrazia non la volevano esportare. Per loro ogni uomo perso in battaglia era uno schiavo che rischiava di rialzare la testa in città. Un rischio troppo grande. Il paradosso della democrazia che si vuole esportare come imperialismo e dei guerrafondai che si tengono alla larga dalla guerra.


La storia greca è così, voi non la conoscete, non lo sapete, ma tutte le contraddizioni dell’Occidente del terzo millennio stavano già lì


BIBLIOGRAFIA

Aristotele, Costituzione degli Ateniesi
Diodoro Siculo, Bibliotheca historica.
Diogene Laerzio, Vite dei Filosofi.
Erodoto, Storie
Josiah Ober, The Athenian Revolution: Essays on Ancient Greek Democracy and Political Theory, Princeton University Press, 1996
Plutarco, Vite parallele
Senofonte, Costituzione dei Lacedemoni
Tucidide, Storie

Posta un commento

Post popolari in questo blog

La comunicazione linguistica

La frase semplice in italiano (grammatica valenziale)