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Qualche considerazione sullo spauracchio Isis



Non c'è da nascondersi che in questi giorni le notizie sull'avanzata dell'Isis in Libia stanno sempre di più suscitando preoccupazione nel nostro paese. Si tratta di una paura legittima ma che non deve tramutarsi in panico, soprattutto perché si tratterebbe di una reazione immotivata. Una simile affermazione non nasce da spacconeria, sciovinismo o scarsa considerazione del possibile nemico, ma da considerazioni fattuali e di merito.
In primis cerchiamo di essere razionali. L'Isis, dove oggi esiste, vive perché ha approfittato di gravi crisi di stati al tracollo. Siria, Iraq e Libia sono stati esistenti solamente sulle carte geografiche, attraversati da mille divisioni e lotte da ben prima che questo famigerato califfato nascesse. Califfato che nasce dalle spoglie del regime sunnita iracheno, come forma di rivolta della minoranza sunnita nei confronti dello strapotere della maggioranza sciita ora al potere dopo gli anni del dominio e della dittatura di Saddam Hussein. Questa origine ci dice anche che l'Isis non è l'Islam, anzi, si identifica solo con una parte di esso, l'Islam sunnita, tanto che l'Iran fino ad ora nemico dell'Occidente, l'Egitto, la Giordania hanno preso parte fattivamente agli interventi contro il nascente stato islamico.
L'espansione verso la SIria dell'Isis è avvenuta secondo le stesse modalità: si è preso di mira un territorio già dilaniato dalla guerra, spingendosi poi verso il nord, verso i territori a maggioranza curda (ma senza provare a toccare i confini turchi, lo si noti). E proprio contro i Curdi l'Isis ha subito la sua prima battuta d'arresto. Di fatto è bastata una forza un minimo più organizzata, armata e motivata per fermarli.
Oggi l'Isis compare in Libia, senza averne preso il controllo, tutt'altro. Il panorama libico è se vogliamo ancora più complesso di quello siriano, già diviso in almeno tre fronti. In Libia si fronteggiano varie tribù e schieramenti, e fra essi quello dell'Isis è uno dei tanti, se vogliamo il più impressionante per l'Occidente, ma non per forza il più forte. Infatti l'azione dell'aviazione libica e delle forze egiziane stanno ricacciando nei bunker le truppe del califfato, truppe composte solo in parte da soldati di mestiere.
Ma veniamo a noi e alle paure che si diffondono in Italia.
In primis parliamo della paura che le armate dell'Isis giungano con i barconi dei migranti. Se così fosse, vorrebbe davvero dire che quelli del califfato sono alla frutta. Perché partire con i barconi vuol dire a) rischiare di perdere uomini armati e addestrati (tutte cose che hanno un costo) senza la certezza di arrivare, viste le condizioni del Mediterraneo e dei barconi b) avere degli uomini che, anche volessero muoversi in incognito, sarebbero immediatamente riconoscibili: in genere i migranti che arrivano sono in condizioni pietose, tanto che gli scafisti sono immediatamente riconoscibili perché gli unici in salute; se uomini dell'Isis volessero giungere in questo modo o dovrebbero rimanere per lungo tempo come cellule dormienti (con il rischio di essere nel frattempo però scoperti dal lavoro di inteligence) o verrebbero immediatamente catturati perché quanto meno sospettati di essere gli scafisti,
In realtà, se gli uomini dell'Isis volessero realmente penetrare in Italia, lo farebbero in prima classe con documenti falsi passando da stati terzi, come la vicina Tunisia o lo stesso Egitto, non certo in maniera così spericolata come attraverso i barconi.
E questa considerazione chiude questa parte del ragionamento: giungessero davvero con i barconi, vorrebbe dire che ogni altra possibile via è preclusa, tanto da lasciare a disposizione solo quella meno praticabile.
Altra considerazione. Un conto è stato fare la guerra a paesi nel caos e con forze armate ormai quasi inesistenti, un conto è portare la guerra su di un terreno che non si conosce contro un avversario organizzato. Non per niente, come si diceva prima, le armate Isis hanno evitato i confini della Turchia, stato ben più temibile delle odierne Siria, Iraq e Libia. Non dovrebbe lasciare indifferenti come uno dei cavalli di battaglia del jihaidismo moderno, la lotta contro Israele, sia stato del tutto assente dalla propaganda Isis. Meglio non svegliare il cane che dorme, perché l'intervento dell'esercito israeliano sarebbe la fine del califfato. Molti strateghi ed esperti militari hanno già dichiarato che basterebbero quindicimila uomini di un esercito occidentale ben armato per sbaragliare del tutto l'esercito Isis in Siria e Iraq, quindi anche su un terreno meglio conosciuto dal califfato e in cui ci si potrebbe dare alla guerriglia.
Quindi le minacce all'Italia cosa sono? Propaganda o follia. Entrambe le risposte potrebbero essere veritiere: minacciare Roma è per questo Islam fanatico un modo per galvanizzarsi, soprattutto di fronte all'intervento di altri stati islamici, come Egitto e Giordania, contro l'Isis.
Ma la minaccia può anche essere vera nella sua follia. E di follia si tratterebbe, come detto prima, viste le condizioni in cui lotterebbero i miliziani del califfato (a meno che tutto non si riduca a sporadici, per quanto gravi, attentati terroristici che alimentino un clima di tensione e nulla di più) e perché subentrerebbe un sistema di alleanze che fino ad ora è stato a guardare. Non dimentichiamo che l'Italia è uno dei paesi membri della NATO e che un attacco subito da uno dei paesi dell'Alleanza Atlantica equivale ad una dichiarazione di guerra a tutti i paesi membri dell'alleanza. Solo un folle, con le forze odierne dell'Isis, potrebbe pensare ad un simile attacco sapendo che ciò che ne conseguirebbe sarebbe una rappresaglia talmente violenta e potente da porre definitivamente fine al califfato.
Tra l'altro, e questo lo si dice come un dettaglio, le truppe dell'Isis in un simile attacco dovrebbero attraversare dei territori, Sicilia, Calabrie, Campania, non propriamente sguarnite e in cui, certo, lo stato è debole, ma in cui una forma statuale di certo non interessata a farsi sostituire da un'organizzazione totalitaria come quella del califfato esiste, e sono le organizzazioni mafiose. Si penserà sia cosa da poco, ma non è poi così vero, se si considera come nelle disponibilità della camorra stia l'arsenale dismesso degli eserciti dell'ex Jugoslavia.
Per concludere, se non è da escludere che l'Isis alimenti il clima di tensione con proclami e attentati terroristici, i reali rischi di un tentativo di invasione via mare sono realmente pochi, a meno che l'Isis non sia in realtà talmente in difficoltà da poter tentare solamente il colpo di teatro che galvanizzi i suoi. Ma un simile scenario costituirebbe il motivo per una risposta occidentale tale da porre fine, definitivamente, ad ogni ambizione del califfato.


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