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Questioni di metodo su quanto si dice e si scrive in questi giorni sull'Islam

Non so in quanti hanno notato che, fino a questo momento, di quanto accaduto a Parigi in questi giorni hanno parlato tutti. Ma proprio tutti. Giornalisti, politici, scrittori, tuttologi vari ed eventuali. Mancano all'appello però due pezzi fondamentali dello scacchiere della cultura. Guarda caso. Storici e antropologi.
La cosa non è di poco conto. Coloro che avrebbero oggi più titolo per parlare dell'evoluzione recente dell'Islam, per ora stanno in silenzio. Studiano, analizzano.

Non per niente in questi giorni si è rincorsa la fiera degli assoluti. I difensori di varia specie della cultura occidentale hanno in ordine schierato l'armamentario del Cristianesimo trionfante e dell'Illuminismo libertario, mettendo in luce invece la barbarie islamica, il neomedioevo islamista, una cultura priva dell'Illuminismo, etc.

C'è in Italia, in diversi settori, purtroppo una malattia, quella degli "ismi". Ogni fenomeno deve essere categorizzato (cosa di per sé non sbagliata), ma, una volta che verrà inserito nel suo contenitore a tenuta stagna, esso assumerà ipso facto valore di verità. Come se il suffisso "ismo" indichi qualcosa che diviene, per natura o fede, vera.

In realtà un po' di sano metodo storico inviterebbe ad andarci piano con queste facili interpretazioni. Lasciando perdere il lunghissimo dibattito sulla centralità tra fatti e interpretazioni, possiamo ragionevolmente essere tutti d'accordo che dati certi fatti, a cui possiamo verosimilmente accostarci dimostrandone consistenza e veridicità, come essi verranno interpretati rientra nel campo delle interpretazioni. Verità di scienza, ovvero fino a prova contraria. Qualcosa di verosimile, non di vero.

Tutto ciò che è stato detto ad oggi sui fatti di Parigi andrebbe letto ed interpretato in questa luce. Facendo poi attenzione ad un altro dettaglio, in realtà fondamentale. Nel momento in cui, come si sta facendo, applichiamo categorie come quelle dell'Illuminismo, del Medioevo, concetti come quello di Teocrazia o di rivoluzioni leaderless, stiamo usando delle categorie nate per l'Occidente (qualunque cosa esso sia, sempre che sia) e valide per l'Occidente. Non per questo e non per forza valide per altre culture e civiltà. E nel fare questo stiamo già, involontariamente o in malafede, producendo un falso storico che si basa su un assunto neocoloniale e razzista, ovvero il presupposto che la cultura occidentale che quelle categorie ha prodotto sia un paradigma da applicare alle altre culture, di per sé più arretrate.
(Un inciso: la storia stessa dell'Occidente ci dimostra che tutto ciò che sappiamo del paradigma è la sua assenza; che la storia non è una linea retta verso tempi aurei e illuminati, ma piuttosto una rete dove mille linee si intersecano. I nuovi difensori dell'Illuminismo contemporaneamente propongono la restaurazione della pena di morte, l'uso della tortura, del resto mai realmente scomparsa. I nuovi difensori dell'Illuminismo e del Cristianesimo trionfante sono spesso espressione di un capitalismo estremo e di una borghesia frustrata, ben lontani, per esempio, dal Contratto sociale e dall'assenza di proprietà privata di Rousseau. Per dire)
Questo metodo, oltre a falsare la prospettiva con cui parliamo di culture e civiltà diverse dalle nostre, semplifica grandemente le questioni sul tavolo, permettendo alle visioni estremiste di turno di trovare facili risposte a problemi complessi. Un buon antropologo sa che per conoscere una società in essa si deve calare, non semplicemente studiarla dall'esterno. In buon storico sa che anziché partire da dati di seconda mano dovrà cercare, lì dove possibile, fonti di prima mano e adoperare categorie e periodizzazioni relative a quella cultura e a quella società. Proprio per questi motivi non esiste nella nostra lingua una seria bibliografia di testi arabi, fonti di prima mano, tradotti, tanto da costringere i nostri pochi storici interessati a ricorrere a testi francesi o scritti in altre lingue.

Da cosa deriva questo processo di facile e mistificante semplificazione?
Dobbiamo, a mio avviso, dirci chiaramente una cosa. L'Italia ha un radicato problema nella rimozione di fatti storici. Si pensi alla rimozione dei fatti del Fascismo, degli anni di piombo, della guerra di conquista e di quella civile che chiamiamo Risorgimento, fino alla profonda ignoranza dei fatti e degli eccidi compiuti da e per gli Italiani nelle nostre colonie. È forse per questo che nel nostro paese, di fatto, a differenza di quanto avviene altrove non esiste o quasi una letteratura del meticciato.

Abbiamo di fronte fatti nuovi, che non possono essere semplicemente ridotti a categorie preesistenti e nate per circostanze e culture diverse. Tirare fuori Illuminismo, Medioevo e company è metodologicamente inutile. Ad oggi uno dei pochi interventi sulla stampa nazionale che si sforzi di non essere banalmente semplificatorio è quello pubblicato da Internazionale, non a caso, a firma di Bernard Guetta.

Tra l'altro, coloro che si sono erti a difensori dell'Occidente, spesso ignorano bellamente principi e valori che proclamano di voler difendere. Penso per esempio agli interventi di Ruperth Murdoch  o, per stare alle vicende nazionali, alla richiesta dell'assessore alla cultura della regione Veneto ai genitori degli alunni Musulmani, invitati a dissociarsi dagli attentati. I principi del diritto, la libertà di culto, la responsabilità individuale, spazzati via dalla vena populista o dalla banalissima ignoranza.

Tutto questo per dire di come, anche in bella prosa, visioni mistificanti, banalizzanti o semplicemente ignoranti si stiano facendo largo, soprattutto nella nostra opinione pubblica. Non dimentichiamo che l'Italia è il paese più ostile alla cultura islamica in Europa secondo i risultati di un sondaggio della americana Pew Research Center, lo stesso paese in cui è più profondo il divario fra percezione della realtà sociale e realtà stessa.

foto: Internazionale.it

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