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Il Postmoderno è morto, evviva il Postmoderno

In questi ultimi giorni tra le pagine dei principali quotidiani e  quotidiani online si è discusso della presunta morte del Postmodernismo. Su tutti bastino gli articoli di La Lettura o di Internazionale.
Quella sulla fine del Postmodernismo è tuttavia una discussione datata: se ne parla già da qualche anno. Per esempio così faceva Lettera43 già nel 2011.
In che senso il Postmoderno sarebbe morto?
La spiegazione più interessante in realtà viene da uno dei miei più illustri contatti su Facebook, Morgan Palmas, direttore di Sul Romanzo, che per questo mi permetto di citare
"bisognerebbe pure discutere dei trend editoriali, che stanno divenendo condizionanti nel sottobosco. Faremo ancora i conti anche con Franco Fortini e Alberto Arbasino, per non parlare di Sciascia e Volponi, eppure, guardando lo stato dell'arte con occhi sufficientemente disincantati, ammesso che si possa fare, mi pare di comprendere che una rivoluzione silenziosa si è oramai insinuata dentro la letteratura. Qualcosa che non è più postmodernismo."
Si parla di un ritorno al realismo, ma forse, con Luperini, occorrerebbe parlare di Ipermodernismo ( sul dibattito sul concetto di Ipermodernismo si veda qui e qui) , un ritorno alla scrittura documentaria, al reportage, a partire dal tanto dilettantesco quanto centrale Saviano; un ritorno alla realtà priva di eccessive sperimentazioni che passa dal più recente Ammaniti ai Wu Ming. Una scrittura che è essa stessa evoluzione del Postmoderno, perché, lo si noti, nel Postmoderno trova alcune delle sue basi.
Postmoderno infatti non è solo tecnica combinatoria, ma anche visione complessa della realtà, decifrabile solamente attraverso una ricerca vorticosa e labirintica. In questo senso il Postmoderno, nel suo pastiche letterario costante, e non solo linguistico, fa proprio anche il realismo del primo Novecento, quello dei Faulkner, dei Proust, con il suo periodare vorticoso.
E allora cosa è morto del Postmoderno?
Forse dovremmo dire che ciò che va sparendo è il pop, la cultura che tutto mette sullo stesso piano, alto e basso, bianco e nero, verità e finzione. Quella cultura che aveva dato i suoi esiti migliori nella letteratura combinatoria così come nella cultura musicale di artisti come i Beatles, dei Queen o nel punk, insomma, quella cultura non trova più spazio, non può sopravvivere alla crisi economica e valoriale di questo inizio di Ventunesimo secolo.
Un ritorno alla documentazione della realtà, insomma, ma una realtà che parte dal basso, dalle periferie, senza pretesa di cambiare il mondo, come pura testimonianza, ma che, dalla periferia, con un turbinio linguistico che vuole raggiungere il centro del mondo mira alla verità, una verità difficile, ma ora, forse, nuovamente raggiungibile.


    
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