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Fare cultura è fare i conti con il proprio passato

Leggo in questi giorni che, da sondaggi, un eventuale partito della cultura si assesterebbe intorno al 6% delle preferenze dei votanti. Si tratterebbe di un partito che andrebbe a collocarsi nell'alveo del centro-destra e che avrebbe come scopo la promozione della cultura e la rimozione del monopolio della sinistra sulla stessa. Un simile partito vorrebbe essere uno strumento per superare gli steccati, i tanti "anti" della nostra cultura.

Cercherò qui di dimostrare come l'idea espressa da questo programma abbia a che fare solo con un certo tipo di cultura, quella industriale.
L'assunto di base è che la cultura vada promossa in quanto produttrice di ricchezza. Se permettete, la cultura andrebbe promossa di per sé, l'arte per l'arte, la scienza per la scienza, anche perché ciò che appare inutile oggi non è detto che lo sia domani e legare la cultura alla produzione di ricchezza vuol dire favorire, anche in questo ambito, ciò che appare utile e produttivo oggi.
Il partito della cultura vorrebbe muoversi nell'ambito del centro-destra, per superare gli steccati e superare il monopolio e la fabbrica di cariche del modello culturale del centro-sinistra. Di fatto cosa voglia dire tutto ciò non si sa bene: in Italia sembra che sia una colpa della sinistra il fatto che la destra non sia stata in grado di formulare dei suoi valori che andassero oltre un redivivo fascismo o un neoliberismo spinto e di mera matrice imprenditoriale, che considerasse tutto oggetto e tutto oggetto di vendita e di acquisto. Inoltre smantellare il monopolio della sinistra sulla cultura e sulla cultura delle cariche, costruendo un nuovo partito che si appropri della stessa gestione delle cariche, è quanto meno sospetto.
Si dice che l'Italia debba andare oltre l'"anti", l'antifascismo, l'antiberlusconismo. Il problema è che l'Italia agli "anti" non c'è mai arrivata, se non in maniera edulcorata e di facciata. Dall'amnistia generale dopo la Seconda Guerra Mondiale, alle prescrizioni berlusconiane, al mai avvenuto processo politico ai fallimenti dei rispettivi ventenni, il nostro paese non ha mai fatto realmente i conti con la storia. Perché sia chiaro che quando si parla di antifascismo e di antiberlusconismo, non si parla di uomini, ma di idee: gli uomini passano, non i simboli che incarnano. Dichiararsi e essere antifascisti vorrà dire essere contrari ad un certo bagaglio di valori e di idee, come l'essere antiberlusconiani (e il fatto che per questo secondo ventennio non si sia trovato appellativo migliore del patronimico, ce ne dice la pochezza intellettuale); l'essere contro il razzismo ideologico, il primato del potente, del ricco, sul povero, l'essere contrari ad ogni forma di organizzazione totalitaria, ad ogni abiura alla rappresentatività della politica; essere per la libertà della democrazia, per la libertà di idee, per la libertà di culto, per la libertà nella propria vita sessuale; essere per un diritto uguale per tutti, essere contrari alla pena di morte, essere favorevoli alla promulgazione di una legge contro le torture; essere per uno stato realmente laico che abbia voglia e potere per rappresentare tutti i credi; credere nei diritti dei lavoratori e che i capitani d'azienda non necessitino di uno stato amico e difensore quanto i precari e la classe operaia.

Questo e molto altro vuol dire essere antifascisti o antiberlusconiani, e dire che questi "anti" vanno superati, senza che chi si proclama fascista o berlusconiano voglia o sia in grado di ammettere limiti e colpe della propria ideologia, sarebbe non solo inutile, ma anche ipocrita e pericoloso.

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