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Una cosa spiacevole che continuerò a fare

Al bancone del check-in non c’è ancora nessuno ma la fila ha già iniziato a formarsi, istintivamente, quando sui display è comparsa la scritta che dava, per il volo AP8079, semplicemente l’indicazione 34-35.
Iniziamo ad essere in tanti ai banconi 34 e 35, tutti fermi, immobili, accaldati. L’aria condizionata è spenta, o forse è la folla a renderla inutile. Un cagnolino soffre rinchiuso nella sua gabbietta, tenta di aprirla con la zampetta, guarda con occhi pietosi i passanti.
La fauna locale è varia: stranieri in pantaloncini dai colori pastello, l’ingegnere con il maglioncino leggero addosso, ad Agosto; le famigliole con figli a seguito, sudacchiati, gli imprenditori o presunti tali in giacca e cravatta, ad Agosto, gli insegnanti al rientro ai paesi, con le facce smunte e in piena crisi d’astinenza dalle graduatorie.
Sopraggiunge una donna, sarà sulla quarantina. Indossa dei pantaloncini di jeans, abbastanza corti, ma è bassa, non mettono in luce chissà che gambe. La scollatura è vistosa, ad angolo, evidenzia due seni prominenti. Tutti gli uomini la notano, con nonchalance si voltano per osservarla. Un tizio, alto, sul metro e novanta, la osserva compiaciuto guardando verso il basso, nel mentre si massaggia la barba curata. Il suo volto è scuro di carnagione, ha delle profonde occhiaie e dei capelli ricci che incorniciano degli occhiali in osso. Suda, tanto, mentre attende l’apertura del check-in.
Una donna si sposta più in là, esce dalla fila, sempre più lunga, per portare a spasso la figlia. La bimba ha bisogno di andare in bagno, ci tiene a che tutti lo sappiano. Al suo ritorno la donna scopre che la fila finalmente ha iniziato a muoversi, ha iniziato a comporsi in un bivio fra coloro che, seguendo il loro intuito, hanno scelto di dirigersi verso un bancone piuttosto che l’altro, sperando che l’hostess possa essere la più rapida. Poi c’è qualcuno che tenta, di tanto in tanto, di saltare la fila. Lo fa con le scuse più banali, chiede se quella è la fila dei soli bagagli a mano, millanta improbabili ricongiungimenti familiari con persone indistintamente più avanti nella fila. Ma siamo una coorte granitica, non facciamo passare nessuno, neanche i vecchi e i bambini. Arrivato il mio momento attendo dietro la linea gialla, la linea che mi separa dalla libertà dai venti chili del mio bagaglio. L’hostess mi guarda con faccia annoiata, immediatamente mi squadra, mi chiede insegnante? Evidentemente ce l’ho scritto in faccia, forse è l’andatura, il silenzio religioso, non lo so. Annuisco mentre dentro di me mi domando se rivedrò mai più il mio bagaglio, la domanda mi seguirà per tutta la durata del viaggio.
L’aereo ritarda la partenza: ci dicono un’ora, che diviene un’ora e trenta, poi due ore. Nel frattempo siamo sudati, tutti. L’odore del nostro corpo inizia a farsi sentire sempre di più, intanto ci aggiriamo come zombie per i duty free, cercando chissà quale meraviglia. Ne usciamo con dei pacchetti di chewingum e qualche copia dei quotidiani, senza neanche il pudore per nascondere che la prima pagina che cerchiamo è quella dello sport. Poi ci sono quelle che comprano le riviste di gossip, ma tu con quelle non riesci proprio a legare. Senti una signora che parla al telefono, citando un articolo su Torquato Tasso che ha appena esaminato al computer: speri che sia la tua vicina sull’aereo, ma sai che ovviamente non sarà così.
Quando le hostess, di nuovo loro, si avvicinano ai cancelli per l’imbarco, non c’è una fila ordinata. Non sappiamo già più cos’è l’ordine. Si forma un cuneo, un triangolo la cui area è stracolma di persone che hanno solo voglia di partire. All’avviso che prima verranno imbarcati gli utenti premium, poi le famiglie, qualcuno mugugna, altri fanno finta di non capire. C’è chi si inserisce strada facendo nella folla, scattando all’ultimo, sgomitando un poco, acquistando una posizione favorevole per sé e il suo bagaglio a mano. Fuori il cielo è limpido, ma sotto la cappa delle vetrate, in quell’ammasso indistinto noi avvertiamo solo il caldo. Giungo sulla navetta che è già mezza piena, comunque riesco a trovare un minimo appoggio visto il mio equilibrio precario. Il signore con il seggiolino ripiegato invece no, lui non si appoggia, crolla ora a destra ora  a sinistra, dando colpi di rotelle ora da un lato ora dall’altro.
Il mio compagno di viaggio è un tipo ansiogeno: dal momento in cui si è allacciato la cintura non ha smesso di muoversi. Tenta di dormire, cambia posizione, si appoggia al gomito, guarda dal vetro, controlla la posizione del sedile, controlla la posizione del sedile davanti, ruota a destra la manopola dell’aria condizionata, si spinge sulle gambe per guardare in avanti, guarda il tablet spento che tengo in mano, si spinge sulle gambe per guardare indietro, ruota a sinistra la manopola dell’aria condizionata, cerca con le mani il giubbotto salvagente. Alla partenza lo vedi allarmato per il rumore del motore, ma lo sarebbe lo stesso, a ragione, se il motore non facesse rumore. A cinque minuti dal decollo ha già perso due chili in sudore ed è riuscito a farmi passare la poca voglia di socializzare. Mi volto e mi accorgo che il tizio seduto oltre il corridoio, l’ingegnere con il maglione e delle infradito in pelle, ci fissa con sguardo vitreo. Immobile, non distoglie mai lo sguardo, sempre fisso su di noi. O è morto, o ci vuole morti.
Mi annullo leggendo per due ore pur di non strozzare il mio vicino che, nel frattempo, ha finto di dormire cinque volte, ha letto assieme a me qualche pagina del mio libro, ha studiato con cura il posizionamento del personale di bordo, delle uscite, degli altri passeggeri.
Arriviamo, e chissà perché, scatta l’applauso. Come se l’atterraggio non fosse previsto nel costo del biglietto, fosse un gentile omaggio della compagnia. Non provi neanche più a farlo notare, hai perso le speranze. Alcuni credi che non ti capiranno, non perché stranieri ma perché per tutto il viaggio hanno parlato in dialetti arcani. Appena le ruote hanno toccato il suolo hai sentito i primi cellulari squillare sì mamma, siamo atterrati, sta parcheggiando, liberatemi, vi prego.

Sto aspettando da tre quarti d’ora la valigia al rullo, ci danno in consegna assieme ad un volo che viene da qualche località esotica; io arrivo dalla Pianura Padana, già mi faccio abbastanza schifo da solo, c’è bisogno di ricordarmi che qualcuno ha i soldi per andare a Cuba o in Thailandia?
Il bagaglio non arriva, il tizio che era seduto vicino a me cammina come un ossesso scippandosi i peli della barba e i capelli, immagina la sua valigia chissà dove. Siamo accalcati al rullo per paura che qualcuno si prenda il nostro bagaglio anche se questo rischio non lo corriamo, il rullo continua a rimanere implacabilmente fermo. Uno straniero intona The lion sleeps tonight mentre un anziano accanto a me imbraccia uno smartphone più grande delle sue mani: inizia a messaggiare con qualcuno, fa risuonare una canzone dei Queen. Ma l’attenzione di tutti noi è sulla donna dai seni prominenti: durante il viaggio il suo seno si è liquefatto, nella sua scollatura è rimasto ben poco, tutti gli occhi sono su di lei mentre dubbi esistenziali si formano sui visi di ogni maschio presente. Il signore alto un metro e novanta continua a guardarla dall’alto in basso, in cerca di qualcosa che ormai non c’è più. La donna finisce per coprirsi, ad Agosto, con una sciarpa, pur di nascondere l’arcano, mentre dietro di lei il mio vicino di viaggio si dispera, ora per la scomparsa di quei seni, ora per la mancanza del suo bagaglio. Il vecchio si scatta un selfie, compiaciuto dell’esperienza, delle donne parlano dei colleghi che con i trasferimenti le scavalcheranno, il leone che piange ormai è un coro gospel, dei bambini piangono, delle mamme li rincorrono, quelle tette non ci sono più e il rullo è ancora fermo.

foto: Emirates.com

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