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I fallimenti del presidente Matteo Renzi sono questioni culturali

Certe mattine ti capitano cose strane, come per esempio ascoltare l’onorevole Gasparri e dovergli dare ragione. Come questa mattina, quando ad Omnibus su La7 Gasparri sosteneva che a Matteo Renzi fino ad ora è mancata la capacità di mediare le diverse posizioni. Che sia stato un errore d’inesperienza, come sostiene Gasparri, o scelta politica, a noi non è dato saperlo. Il fatto è che Matteo Renzi ha preso il potere sulla base di un assunto: lui è il rottamatore, non ha bisogno del passato e dell’esperienza dei politici che l’hanno preceduto. Ragion per cui non ha bisogno di mediare. Mettiamo pure che la principale forza d’opposizione gli ha servito l’occasione sul piatto d’argento, dato che il M5S, che oggi si sveglia con Di Maio come forza parlamentare, ha sprecato un anno in una inutile e insulsa opposizione urlata e di piazza, senza spiragli di trattative. Insomma, il Parlamento italiano è stato un’accozzaglia di monologhi, di gente che non si ascolta e neanche si voleva ascoltare. Con buona pace di un Civati, sempre sottostimato in casa PD, un uomo che, se ascoltato di più, tanto avrebbe potuto dare al governo, in termini di mediazione con le altre istanze e in termini di contenuto.

Oggi Matteo Renzi, al di là del risultato delle elezioni europee, si trova ad un passo dal baratro, perché la sua riforma del Senato si scontra contro diversi ostacoli, in realtà tutti extraparlamentari. Solo il 2% della popolazione sa in che cosa consiste la riforma, la maggioranza preferirebbe piuttosto abolire questa istituzione e, se la si deve mantenere, piuttosto preferirebbe le preferenze alla elezione di secondo grado portata avanti dalla riforma. Per un uomo attento all’opinione del momento, come Renzi, questa potrebbe essere una situazione molto pericolosa perché, un’opposizione abile potrebbe fare esplodere la situazione mettendo in luce come, al di là delle apparenze, il primo ministro stia giocando le sue carte in termini che assomigliano sempre di più ai metodi della prima repubblica. Con buona pace della rottamazione.

Ci sono dei dati che sono sconfortanti, e non sono quelli economici, che sono disastrosi. Il fatto che solo il 2% della popolazione conosca la riforma costituzionale è di per sé un fatto grave che dovrebbe fare riflettere. Senza per questo addossare la colpa al primo ministro, anche se, in questo senso, la sua comunicazione ha fatto cilecca (bisogna anche dire che non entrare nel merito delle decisioni è tipico della sua retorica); una cosiì scarsa percentuale è indice dello scollamento tra il popoplo e le istituzioni, ma è anche indice della scarsa cultura sociale e istituzionale degli Italiani. Lo so, è un tema ricorrente dei miei post, ma se il 70% della popolazione non comprende un testo complesso, vuol dire che non è in grado di seguire il processo storico così complesso che ci troviamo di fronte; questa dovrebbe essere la prima questione nazionale e dovrebbe indurre tutti i responsabili ad un’attenta riflessione e alle relative assunzioni di colpa, partendo dalla politica, passando per le amministrazioni pubbliche, i media fino ad arrivare al sistema istruzione nei suoi primi artefici, ovvero gli insegnanti.

Del 30% della popolazione che potrebbe essere in grado di capire di cosa stiamo parlando, solo una piccolissima porzione ha seguito l’iter parlamentare della riforma, ha capito cosa è in ballo, cos’è l’ostruzionismo e perché questa pratica viene adoperata. Su sessanta milioni di abitanti, solo un milione e duecentomila persone.

Ora il primo ministro si vende mediatore sulla legge elettorale, apre alle preferenze. Ci si dimentica sempre che uno statista dovrebbe pensare in termini di lungo periodo, non in base ai sondaggi. Sono passati solo pochi anni da quando, con un referendum, le preferenze sono state abolite, e oggi che l’opinione pubbilca, più per stanchezza della propria classe dirigente che per comprensione delle implicazioni possibili, le pretende a gran voce, tutti si inchinano alla vox populi.

Il problema vero non sono le preferenze o le nomine, le elezioni di secondo livello o l’estrazione a sorte. Il problema sono i sistemi di pesi e contrappesi, il problema è che tutto il sistema istituzionale alla fine si regga su basi solide, democratiche, egualitarie e giuste. Ci sono diversi modelli, ma tutti devono garantire comunque non solo la governabilità o solo la rappresentatività, ma che tutto funzioni e che nessun potere prevalga. Saremo capaci di capirloo vivremo e moriremo di sondaggi?

L’altro dato sconfortante è la sostanziale sconfitta, almeno fino ad ora, di Renzi in Europa. Renzi, e la Mogherini con lui, sono stati sconfitti perché la retorica della rottamazione può forse funzionare in un paese, l’Italia, in cui la classe dirigente è stata storicamente inadeguata. Ma questa retorica è inspiegabile in Europa e di fronte a governi che hanno ben governato i loro paesi. Di fronte ad un’Olanda, una Germania, una Finlandia, una Gran Bretagna, non c’è motivo per cui una donna di scarsa esperienza come la Mogherini debba essere scelta come commissario, e questo è stato un errore politico, almeno fino ad oggi, di Renzi. Pensare che il resto del mondo ragioni e pensi come l’Italia è segno di provincialismo, essere incapaci di capire le situazioni e di adeguarsi alle nuove esigenze è segno di stupidità: Matteo Renzi, se vuole governare questo stato, ha l’obbligo di dimostrare che non è né l’uno né l’altro.



foto: formiche.net

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