Passa ai contenuti principali

Sebastiano Cuffari, L'ombra del caffè

L'ombra del caffè

"Un cappuccino, grazie".
Il tizio al bancone fece una faccia tra lo sconvolto e il terrorizzato mentre, candidamente, il commissario Bosé sollevava la sua pistola roteandola ora in un verso, ora nell'altro e, nel frattempo, con l'altra mano componeva quadri, radunava indizi, prove, persone. Lo stupore, forse paura, del banconista, tuttavia non lo distolse dal servire quel vecchio astante, fosse per timidezza o per la consegna ricevuta dal suo titolare; fece finta di non vedere quell'aggeggio infernale nella mano destra del commissario e gli preparò quanto ordinato. Ne venne fuori un buon cappuccino, gli riuscì pure di tracciare un disegno con la schiuma, cremosa e soffice: una specie di palloncino che si gonfiava al centro per poi protendersi. Avvicinò a Bosé qualche bustina di zucchero di canna, come ogni volta, e poi si allontanò, non prima in realtà di avergli indicato, con un rapido cenno degli occhi, di mettere via quella pistola, giusto per non fare scappare via tutti gli altri clienti.
Perché poi tutti sapevano in paese che Bosé non era cosa con le armi. Sì, di farcela a colpire qualcuno da non troppo lontano, sì, ce la faceva. Ma non era quello il suo forte, anzi, se avesse dovuto vivere della sola sua mira, avrebbe fatto la fame già da un pezzo. Semplicemente il commissario Bosé era bravo nel risolvere i casi, nel trovare il bandolo.
O per tutti era così, perché lui in realtà aveva la sensazione di non trovare nulla, che i casi si risolvessero da sé, che lui non facesse altro che lasciare che gli eventi scorressero. La logica, che nel suo mestiere era fondamentale, lui aveva smesso da un pezzo di considerarla il suo dogma. Ma questo era meglio non dirlo in giro.
Stava tracciando un grosso cerchio con la pistola quando si avvide del cenno del banconista. Fu quasi un'epifania, capì di averla fatta grossa e posò l'arma davanti a sé. Non che così la situazione fosse realmente molto migliore, ma almeno non sembrava volesse sparare al cielo o al primo passante, e ciò poteva servire a tranquillizzare il povero dipendente di un bar di una piccola città di provincia come Cremignola.
Bosé sorseggiò il suo caffè voracemente, in maniera violenta, sempre senza attenzione e senza un perché. Il piede sinistro, lievemente discosto dall'altro, puntellava l'uomo contro una piccola seggiola di fronte al bancone; l'altro tamburellava contro il pavimento, c'era da chiedersi come rimanesse in piedi. Di tanto in tanto la mano sinistra accarezzava i baffi, i radi capelli, folti sulla nuca, di un marroncino, ma lui avrebbe detto castani, che dicevano di rara attenzione verso quel dettaglio e di un colore che avrebbe dovuto essere rinfrescato da un buon barbiere, o da un pittore, già da un po'.
Bosé aveva la mania della cravatta, non esisteva possibilità alcuna che uscisse da casa senza la sua cravatta, la sua giacca, una camicia sotto, magari bianca o azzurrina. Sembrava più un bancario che un commissario, m lui non ci faceva caso: gli importavano solo le cose importanti, e la cravatta era una di esse.
Una donna, alta, bella, formosa, dagli occhi neri, i capelli mori e la pelle abbronzata, gli passò davanti, sorridendo, ma Bosé ricambiò il gesto per educazione, più che per interesse. Anche perché quella donna gli ricordava troppo la vittima del caso a cui stava lavorando, pensava, e cosi, più che l'interesse sessusle, prevalse la voglia di levarsi di dosso questo peso. Così la donna, dopo essere rimasta per qualche tempo in attesa di un suo gesto, delusa prese una sciarpa color ocra, il suo giaccone, la sua dignità e usci, salutando il barista.

La vittima era una donna proveniente da una delle finte repubbliche del Caucaso, una di quelle nate e sparite nell'arco di pochissimi anni allo sgretolarsi di quel colosso di argilla che era stato l'Unione Sovietica. Bosé guardava la sua foto rigirandosela nella mano destra, cercando di scorgere qualcosa di nuovo in nuove angolature. Niente, non ne cavava nulla. Di quella donna poteva dire solamente che era morta dissanguata a causa di una coltellata, una sola, che le aveva reciso la carotide. Era stata una morte violenta, probabilmente dolorosa. Il suo corpo era stato ritrovato disteso per terra in una pozza di sangue, intrisi i vestiti, una bella sottoveste beige che lasciava immaginare ben poco delle su fattezze.
Sin dal ritrovamento del cadavere Bosé si era chiesto cosa avesse potuto portare a quella morte: aveva mandato alcuni fra i suoi uomini ad indagare nel passato della donna. Era arrivata in Italia otto anni prima, fuggendo dalla guerra civile che aveva infiammato la sua città. Non fu un problema ottenere l'asilo politico. A Cremignola s'era trasferita solo due anni dopo, cercando un posto tranquillo dove vivere e, da quel che diceva in giro, sperare un giorno di poter tornare nella sua terra. Bruna, i tratti orientali in viso, non spiccava per la sua altezza ma, da quel che dicevano gli abitanti della cittadina, così minuta si distingueva per la sua grazia e per la sua dolcezza. Di cosa vivesse in Italia, non si sapeva, o i più non volevano dirlo: qualcuno malignamente adombrava un giro di uomini a casa sua, ma dai controlli fiscali e dalle poche informazioni raccolte, tutto sembrava nella norma.
Bosé non riusciva a trovare macchie, buchi nel telo, varchi nell'ombra che lo potessero portare alla verità.
La donna non aveva una relazione stabile. Negli anni aveva provato ad incontrare degli uomini, aveva cercato qualcuno con cui condividere qualcosa, ma senza risultato. In molti a Cremignola pensavano che, se il problema non era il suo aspetto, e per quello che potevano vedere i concittadini, la bellezza di certo non mancava a quel fiore dell'est nella sua età migliore, allora il misfatto doveva stare altrove. Un caratteraccio? Eppure per il mondo al di qua delle pareti domestiche era la dolcezza reincarnata. Qualche vizietto? Forse, ma non ce n'erano tracce.
A Bosé era venuto un gran mal di testa al pensare e ripensare a quel caso, tanto da non accorgersi che l'ora di pranzo era già passata. Fu l'ingresso di un suo appuntato a riportare il commissario nel mondo dei vivi.
"E che è, non si bussa più?"
"Veramente, signor commissario, ho bussato più volte, ma voi non rispondevate. Sono entrato pensando che si fosse sentito male, come l'altra volta"
"Sì, vabbè, ora perché una volta mi capita di svenire in ufficio, deve capitare sempre!"
"Veramente una volta al mese, signor commissario. Comunque le ho portato il referto che mi aveva richiesto. Commissario, prenda aria che è più bianco del solito"
"Micheli! Oh! E da quand'è che gli appuntati danno ordini ai commissari? E insomma? Vada fuori, và!
L'appuntato uscì guardando di sbieco il superiore e, se non fosse stato che si conoscevano da quasi vent'anni e che ogni anno a Natale si ritrovavano insieme a giocare a tombola e sette e mezzo veneziano, Micheli avrebbe mandato con gioia il commissario Bosé a cagare, così su due piedi. Ma per sua fortuna, neanche quella volta lo fece.

Chiusasi la porta, Bosé scrutò attentamente il referto portatogli dal sottoposto. Voleva sapere se quel colpo che aveva troncato la vita di quella donna poteva essere stato inferto da qualche altra persona presente in casa, e, se sì, da chi. Ma intanto, qual era l'arma del delitto? Con cosa era stato tranciato quel collo? Tutto su quel pavimento era una pozza di sangue: accanto alla donna, stesa nella sua sottoveste, c'era un vetro spezzato, forse un tavolino che era andato in mille pezzi mentre la vittima cadeva. Poco discoste c'erano delle posate, come se tutto fosse accaduto mentre la donna consumava il suo ultimo pasto. Una candela si trovava su una mensola poco più in là, sembrava fosse stata accesa a lungo. Il referto della Polizia scientifica diceva che la donna era morta tra le dodici e le quattordici ore prima dell'arrivo sul posto dei carabinieri. I vicini, insospettiti da delle macchie rosse di sangue che serpeggiavano sotto la porta dell'ingresso, avevano telefonato al commissariato, una chiamata anonima, tanto per non prendersi responsabilità -  o per depistare? - denunciando qualcosa di strano. da lì erano iniziate le indagini. 

La donna era stata colpita da un'arma da taglio al collo, era morta a causa dell'emorraggia, ma non presentava altri segni, lividi, ematomi sul corpo. Non c'era stata violenza. L'autopsia diceva anche che la vittima non aveva avuto rapporti sessuali nelgli ultimi periodi. Insomma, non c'era nulla che facesse pensare ad un delitto passionale. Il referto diceva anche che sia la lama del vetro che il coltello accanto avrebbero potuto essere l'arma del delitto.
Bosé si mise nuovamente a riflettere, sollevandosi dalla sua sedia. Si avvicinò alla finestra che dava direttamente sulla campagna padana. Di fronte a lui campi coltivati a perdita d'occhio. Se l'ufficio avesse dato verso il nord nelle giornate di bel tempo avrebbe avuto la possibilità di mirare le guglie delle vette alpine, ma da lì, solo campi. Teneva la finestra aperta perché non riusciva proprio ad abituarsi all'odore dei concimi chimici usati in quelle campagne e, quando l'ambiente si impestava di quell'olezzo pervasivo, se lo sentiva addosso per giorni, come se ormai il suo sudore e il suo fiatone non fossero che parte stessa della terra. Eppure quella campagna, con il tempo, era diventata parte del suo essere.
E se questa donna non fosse stata vittima, ma fosse stata essa stessa carnefice? Se mancasse ancora qualche tassello?

Micheli lo interruppe di nuovo, questa volta bussando. Bosé di soprassalto stirò un "avanti" come un lamento proveniente da un altro universo.
"Signor capitano, c'è stata una segnalazione. C'è un corpo che galleggia sul canale."
Bosé rimase un attimo fermo, come stordito. Poi, mentre qualcosa iniziava a formarsi nella sua mente, rispose.
"Andiamo. Micheli, se oggi mi vedi fumare, non t'azzardare a dire qualcosa a mia moglie".

Il commissario Bosé aveva ufficialmente smesso di fumare ormai da anni. Ufficialmente, perché ogni tanto cacciava fuori chissà da quale altra dimensione un sigaro o una pipa. E fumava, tutto lì, ma lo faceva con la sensazione di colpa addosso che trasudava dal viso come avesse falciato una famiglia per strada con la sua auto. Forse tutto ciò accadeva perché la moglie odiava l'odore del tabacco, le sue labbra che sapevano di quel fumo; o forse perché era stato educato a sentirsi in colpa verso la società per il suo vizietto. Cosa che del resto forniva anche il piacere nascosto in quella cattiva abitudine, anche se non l'avrebbe mai ammesso, Bosé, né e a se stesso ne ad altra anima viva.

Micheli guuidava la volante mentre giungevano al canale, un rigagnolo che attraversava Cremignola. Alcune nutrie grosse come gatti, dal pelo grigio da sembrare argento spietato e dagli occhi taglienti circondavano da ogni parte il cadavere, riverso verso il fondo, mentre si arenava contro il basso argine destro; sul cadavere facevano ombra alcuni arbusti cresciuiti alti dalle acque dolci che servivano ad irrigare i campi circostanti Cremignola, questo piccolo mondo antico in cui Bosé era giunto, anni addietro, quasi per caso. C'era una folla di curiosi che alcuni carabinieri tentavano di tenere lontana, a parole e con qualche spintone qua e là, all'occorrenza, quando la premura di scoprire chi fosse stato il morto pareva farsi eccessiva.
Bosé scese dell'auto, si affacciò sul canale, scrutò l'orizzonte. Arrivava il tramonto, probabilmente non avrebbe saputo nulla di quel morto fino all'indomani.
Quelli della scientifica si calarono fra le acque tutti avvolti in tutine che li facevano assieme allevatori di api ed astronauti anni sessanta. Quando portarono su il cadavere, dalle sue tasche tirarono fuori un documento zuppo d'acqua, a stento leggibile. Non era un documento italiano, ma si riconosceva un cognome slavo. Bosé  non potè fare a meno di fare due più due e collegare questa morte alla donna su cui già stava indagando.

Il commissario Bosé credeva fermamente in un solo pilastro incrollabile: la vita non segue una logica e ciò che a noi appare intimamente legato, stretto dai lacci dei rapporti causali, nel mondo non è altro che caos. Ed ecco che il suo tirare le somme, il suo accostare due morti, così tante in così poco tempo a Cremignola, lo mise sul chi va là. Non credeva e non credeva a se stesso, e nel non credersi sospettava di se stesso e delle sue teorie. Nel dopocena, mentre Roberta, sua moglie, cercava in ognimodo di allontanare il suo interesse discutendo amabilmente di ricette di dolci, lui, Aldo Bosé, si rinchiudeva in quel suo mondo confuso in cui, non come ci si attenderebbe, la casualità era tutto e non c'era spazio per l'intuito. Non che non ne avesse, anzi, Bosé già sentiva il dolore di quella donna, la sua solitudine, la mancanza di una famiglia, di un'identità. Già sospettava quale sarebbe stata la conclusione della sua indagine, eppure diffidava. Ed in questo sentire e sentirsi solo, la sua notte volò via sulle ali di perla di un lenzuolo sdrucito e un cuscino sudato.

Al mattino ebbe conferma di quanto sospettava. L'anatomopatologo sentenziò che l'uomo di cui avevano trovato il cadavere era morto per annegamento. Sul suo corpo non c'erano segni di violenza: con ogni probabilità si era trattato di suicidio.
Bosé venne a sapere che l'uomo era appena arrivato a Cremagnola dall'Europa dell'est. Senza lavoro, aveva vissuto di espedienti per un po'. Aveva una laurea in filosofia, inutile nel suo paese, figuriamoci in Italia. Con quel pezzo di carta era partito sperando di poter dare un senso a quanto aveva studiato per anni, ed invece s'era trovato armato di cazzuola e cemento. Per un poco aveva tenuto contatti con la donna. Venne fuori che i due s'erano frequentati, forse reciprocamente attratti dalle loro sensibilità, dal sentirsi senza patria. Non erano persone che amassero particolarmente la compagnia, anzi, vivevano appartati. Forse erano scoraggiati, forse si erano semplicemente chiusi in un mondo che non era pronto a conoscerli e a riconoscerne l'umanità. Bosé li vedeva, vedeva il loro reciproco non riconoscersi, vedeva la loro incapacità di sciogliere il loro dolore in qualcosa di nuovo.
Mentre sorseggiava un caffè ricostruiva tutta questa storia, annodando fili, metteva assiene i pezzi di un mosaico. Quelle vite gli apparivano come un quadro la cui trama si stendeva scomposta, lontana, comprensibile solamente immaginando, ricostruendo, inventando. Gli mancavano dettagli, sapeva che avrebbero potuto essere imprescindibili, ma anche che quei dettagli se li erano portati i cocci di un vetro e l'acqua di un canale.

Leggeva Petronio, il Satyricon, ogni sera prima di dormire. Ogni sera sempre lo stesso volume, le stesse storie, perché dentro trovava tutto. Non gli interessava altro. In quel romanzo di cui mancava tutto lui era l'unico possibile inventore di un finale, un finale che solo lui conosceva. Dove s'erano arresi i filologi, giungeva la sua stanca fantasia.

Nella casa dell'uomo venne ritrovata una lettera, era della donna; aveva deciso di interrompere la loro frequentazione, di qualsiasi cosa si trattasse, comunicava la sua decisione. La perizia richiesta sulla calligrafia di quel testo confermò che era stata scritta di suo pugno da quella disgraziata. Era datata ad un giorno prima rispetto alla data della presunta morte. L'uomo l'aveva ricevuta, stando al timbro postale, solo successivamente; agli occhi di Bosé, questo dettaglio toglieva ogni dubbio sull'accaduto. Si fumò un sigaro e chiamò Micheli, comunicandogli la fine delle indagini. Non c'era altro da cercare, non avrebbero trovato altro che domande per cui non ci sarebbero state risposte, e la loro logica, tutti i loro strumenti, tutto non avrebbe fatto altro che frugare come un ladro tra i lacerti di vite ormai morte e sepolte.

Nell'edizione della mattina comparve la notizia: la procura, nella persona del commissario Bosé, chiudeva i due casi. Stando alle indagini si trattava di due suicidi, due vittime della disperazione, della solitudine, o di qualcosa che non stava a Bosé poter aspirare a capire.

Posta un commento

Post popolari in questo blog

La comunicazione linguistica