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Degli imperialismi di ogni tempo

A volte mi sembra che tutto ciò che ci separa dagli antichi non sia il nostro inimmaginabile progresso tecnologico, ma la nostra incapacità di guardare allo scorrere del tempo come ad una realtà che prima o poi ci fagociterà tutti, ricchi, potenti, poveri e oppressi, o più semplicemente ignavi.
Di fronte allo spettacolo di Cartagine lì li per essere distrutta dalla sua eterna rivale Roma, racconta Polibio che Scipione pianse pensando alla sorte che muta nel tempo. Ma già Tucidide ci racconta di come le ricchezze di Sparta e Atene apparissero così lontane tra di loro, malgrado il reale valore delle forze in campo. Erodoto ci racconta dello sgomento dei Grandi Re persiani innanzi ai loro stessi eserciti, E Solone ammonisce Creso, colpevole di considerarsi l'uomo più felice sulla terra, lo ammonisce dicevo di giudicare la sua vita solo al sopraggiungere della morte.
Ma su tutti è Tucidide ad indicarci come il potente non potesse non avere contezza dell'essere transeunte: nel dialogo tra Ateniesi e Melii, di fronte al rimprovero di questi ultimi, all'iinvito a pensare a quando gli Ateniesi si troveranno nella loro stessa condizione allorquando una nuova potenza sarà sorta, sono gli Ateniesi stessi a mostrare lucida coscienza: finché saranno loro i potenti, applicheranno la legge del più forte, sapendo bene che verrà il giorno in cui qualcuno lo farà con loro.

E oggi? Quale potente mostra una parvenza di questa saggezza? C'è nei nostri leader la consapevolezza che il mondo non finirà in loro e con loro?
Francamente non sembra.

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